lettera al risparmiatore

Guala Closures punta sul Far East. La sfida del tappo con il microchip

di Vittorio Carlini


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5' di lettura

Espandersi nei Paesi in cui la società non è direttamente presente. In particolare nel Far East. Poi: sfruttare la leva tecnologica sia nella filiera produttiva che sui prodotti. Sono tra i focus di Guala Closures Group. Priorità che, per essere meglio comprese, richiedono dapprima di ricordare l’oggetto sociale dell’azienda. La multinazionale tascabile, di cui la “Lettera al risparmiatore” ha incontrato i vertici, ha il core business nella divisione Closures. Questa produce chiusure (tappi) per bottiglie di bevande anti-adulterazione (Safety) o personalizzate (Luxury) oppure in alluminio per vini (wine). Inoltre realizza chiusure per bevande analcoliche, acqua, olio d’oliva, aceto (Roll on) e per prodotti farmaceutici (Pharma). Al di fuori del Closure c’è infine, seppure marginale, la realizzazione di flaconi, bottiglie e miniature in Pet (polietilene tereftalato, cioè plastica).

Crescita nel Lontano Oriente

L’attività così descritta, a ben vedere, è articolata in diverse aree geografiche. Al 31 dicembre scorso il 55,9% dei ricavi (543,1 milioni) è appannaggio dell’Europa, il 18,5% delle Americhe e il 14,8% dell’Asia. L’Oceania e l’Africa, dal canto loro, pesano rispettivamente per il 7,5 e il 3,3% del fatturato. A fronte di una simile situazione si domanda: nel medio periodo, al netto della volontà di crescere in tutti i mercati, la fotografia cambierà? La società risponde che la suddivisione, considerando la recente acquisizione in Europa, dovrebbe rimanere più o meno la stessa. Al contrario, nell’eventualità si concretizzasse un’operazione straordinaria in Asia, l’incidenza sul fatturato del Lontano Oriente potrebbe aumentare.

Al di là dei singoli numeri l’espansione nel Far East è una priorità di Guala Closures Group. La società, sul fronte commerciale, punta per l’appunto a crescere in mercati dove non è direttamente presente. In tal senso si guarda, tra gli altri, a Thailandia, Indonesia, Mongolia o Vietnam. L’espansione potrà avvenire sia attraverso la crescita organica sia grazie a partnership o acquisizioni.

Ma non è solo questione di crescita commerciale. Il gruppo va ri-definendo la base produttiva a sostegno della sua espansione. Ebbene: Guala in Cina ha un impianto che è considerato sotto dimensionato. Così il Paese del Dragone potrebbe essere coinvolto dalla riorganizzazione produttiva proprio per spingere la crescita nel Lontano Oriente.

L’effetto-cambi

Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La realtà è più complessa. La presenza in diversi mercati esteri espone il business di Guala Closures alle “bizze”dei tassi di cambio. Nello scorso esercizio, ad esempio, l’impatto negativo sui ricavi è stato di 37,3 milioni. A fronte di una simile dinamica il risparmiatore storce il naso e sottolinea il rischio legato alle valute. La società rigetta il dubbio. Dapprima il gruppo, sottolineando che l’effetto è legato prevalentemente alla conversione contabile del fatturato in euro, ricorda la sua copertura naturale. La presenza produttiva nei mercati esteri infatti, dice Guala, implica che grande parte dei costi siano anch’essi espressi nella moneta locale. Il che, come mostra l’impatto sul Mol adjusted limitato a 7,6 milioni, riduce l’effetto cambio sulla redditività. Inoltre, afferma l’azienda, diversi contratti in divise emergenti sono legati a valute più stabili. Una condizione che, nuovamente, circoscrive la volatilità monetaria. Peraltro, ricorda sempre la società, nel 2018 si sono verificati episodi una tantum (come l’iper-inflazione in Argentina) che, a seguito delle nuove norme contabili, hanno avuto un particolare impatto sul conto economico. In conclusione Guala Closures, sottolineando l’aspetto fisiologico del fenomeno, smorza i timori e si dice come sempre pronta a gestire il tema delle valute.

L’innovazione

Fin qui alcune considerazioni sull’espansione internazionale del gruppo. C’è tuttavia un altro elemento importante per la società: l’evoluzione tecnologica. Così, ad esempio, nelle cosiddette “Safety closures” può ricordarsi che uno dei prodotti anti-adulterazione è costituito da 11 componenti. Cioè: una soluzione complessa la cui realizzazione ha evidentemente richiesto un importante impegno nell’R&D . Non solo. Il gruppo punta con forza sul concetto di produzione automatizzata e flessibile. Una filiera produttiva, nell’ottica dell’ “Industria 4.0”, che permette maggiore efficienze e la possibilità di adeguarsi alle esigenze di mercato. Quel mercato, peraltro, che a breve darà la sua risposta rispetto ad un altro progetto hi-tech di Guala Closures: il tappo con il microchip. Si tratta di una tecnologia che, grazie ad un microprocessore installato nella chiusura, consente da un lato al produttore di acquisire importanti informazioni (ad esempio riguardo la tracciabilità della bottiglia); e dall’altro permette al consumatore, tramite uno smartphone, di apprendere notizie sulla bevanda o sul suo produttore. Il tappo “intelligente” è in una fase pilota: entro settembre verrà lanciato sul mercato da due clienti di Guala Closures. Se il riscontro sarà positivo quest’ultima è pronta ad investire per costruire una piattaforma è ampliare la produzione del nuovo prodotto.

Già, i prodotti. I ricavi generati dalle loro vendite, con riferimento ai segmenti operativi, alla fine del 2018 erano così ripartiti: il 42,2% è riconducibile alla sicurezza e il 4,2% al lusso; il “Roll on” e il vino, dal canto loro, incidono rispettivamente per il 29,3% e il 18,7%. A seguire le altre attività operative. Si tratta di una ripartizione destinata a rimanere tale nel medio periodo? Difficile dare una risposta. In generale, comunque, dovrebbero aumentare il loro peso “Luxury” e “Safety”. Guala, oltre a consolidarsi nei Paesi maggiormente industrializzati, vuole crescere negli emergenti. Aree geografiche dove è forte la domanda, ad esempio, proprio di chiusure anti-contraffazione (“Safety”).

La variabile commodity

Sennonché, al di là di tecnologia e attività operative, il risparmiatore volge lo sguardo anche verso altri aspetti. Tra questi c’è il caro-materie prime. Va ricordato che ad esempio il prezzo dell’alluminio, uno dei materiali usati da Guala Closures, nel 2018 è stato in media più alto del 2,2% rispetto al 2017. Il caro-commodity, cioè, rischia di impattare sul business della società. Il gruppo non condivide il timore. In primis perchè, è l’indicazione, il gruppo, a differenza della concorrenza, opera con diverse materie prime. Di conseguenza può offrire al cliente una soluzione con la commodity meno onerosa. Inoltre perché, nell’ipotesi in cui l’utente non accetti di cambiare il materiale, Guala ricorda che può sempre trasferire il rialzo della materia prima sul listino finale del prodotto. Infine, afferma sempre l’azienda, la possibilità di avere un’offerta più ampia le consente un maggiore power pricing. Di conseguenza il gruppo non vede particolari problematiche sul tema in oggetto.

Così come non viene espressa particolare preoccupazione sulla minaccia di nuovi dazi da parte di Washington verso l’Ue che colpirebbero anche l’esport di vino.

In realtà, spiegano alcuni esperti, la diversificazione internazionale del business di Guala le consente di gestire l’eventuale inasprimento della “trade war” voluta dagli Usa.

Ciò detto, però, può ricordarsi che la produzione del vino europea è importante. Vero, dice la società. Tuttavia, aggiunge il gruppo, per la produzione di lusso l’eventuale rialzo del prezzo è ininfluente. Così come, sottolinea l’azienda, l’impatto sulle bottiglie acquisite dai ristoratori è limitato. L’unico ipotetico effetto potrebbe aversi nel consumo retail. Qui però, viene spiegato, la presenza internazionale di Guala consente al gruppo di contrastare l’eventuale riduzione dell’export da un’area con le esportazioni da un altro mercato.

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