20 luglio 1969

Guarda che Luna, guarda che carte!

di Stefano Salis


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Super-Luna. Uno scatto recente dell’effetto ottico della super Luna

4' di lettura

«Houston, Tranquillity Base here. The Eagle has landed». (Houston, qui Base Tranquillità. L’Aquila è atterrata). In Italia erano le 22:17 di domenica 20 luglio 1969. Il viaggio più sognato nella storia dell’umanità – odi, poemi, romanzi, epiche trasvolate di cavalli alati in cerca del senno altrui perduto – si era finalmente compiuto. Certo, non era concluso: ora si trattava di “mettere piede” (un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per il genere umano) sulla Luna e poi ripartire, sperabilmente, e tornare a casa sani e salvi. Ma, intanto, si era arrivati! E se queste furono le prime parole dette da un essere umano, il comandante della missione Apollo 11, Neil Armstrong, che dallo sperduto paesino di Wapakoneta (Ohio) si era arrampicato a quelle altezze divine, oltre ogni sogno letterario, pochi momenti dopo, con mano destra emozionata, il suo compagno di allunaggio, Edwin Eugene “Buzz” Aldrin, faceva l’altra azione che, dopo il linguaggio verbale, caratterizza la nostra specie: scrivere. Vergò alcune cifre, semplicemente: 7.9, poi, una riga sotto 2369, e, sotto ancora, una barretta e uno zero: le coordinate geografiche di sbarco. Latitudine, longitudine e altitudine: lo zero indica (appunto) che si è al suolo; nel «7.9», invece, c’è già un piccolo errore. Lo stesso Aldrin spiegò che, nell’euforia, dimenticò di trascrivere lo zero prima del decimale (in effetti, la coordinata giusta era 0,8° N) e mise il puntino tra le due cifre. Il foglio su cui scrisse era la pagina 10 di un libro: il diario di bordo. Rilegatura ad anelli sul lato lungo dei fogli, descrive minuziosamente, in una quarantina di pagine fitte di numeri, sigle e disegni, ogni manovra che il modulo Lem avrebbe dovuto fare, momento per momento. Ciascun passaggio doveva essere “spuntato”, le annotazioni, aggiornate in tempo reale, servivano a certificare il discostamento dalle previsioni. È un manufatto cartaceo e un esempio di “grafica lunare” di estrema importanza. Il «Timeline Book» di Apollo 11 è il manuale di istruzioni più importante di sempre, il libro che ha permesso all’uomo di andare e tornare – letteralmente – sul nostro amato satellite. E si capisce perciò che tale reperto cartaceo, che va all’asta da Christie’s a New York il 18 luglio, sia la perla di un incanto che contiene sì altri memorabilia, ma li batte tutti. Per importanza e, quindi, quotazione: la stima è dai 7 ai 9 milioni di dollari.

Quando la voce di quell’«americano di 38 anni» giunse, leggermente disturbata, ma distinta, a dire che aveva compiuto il suo «piccolo passo» sul suolo lunare, in America era il 20 luglio, ma da noi già il 21, ore 4:56, 17 secondi. L’alba di una nuova era, migliore o peggiore è da vedere, ma diversa.

Super-Luna. A destra, la prima pagina del «Messaggero», a sinistra il diario di bordo della Missione Apollo 11, che va all'asta da Christie's

Chi riportava la notizia più clamorosa di sempre non poteva farsi sfuggire un’occasione così ghiotta per testimoniare un evento talmente abnorme. E chi ci riuscì perfettamente fu «Il Messaggero». La prima pagina di quell’edizione del giornale è un capolavoro grafico (che rasenta l’espressione artistica: anzi, lo è), di forza iconica assoluta, e fa capire quanto si possa essere dirompenti con solo lettere, foto e divisione in colonne. L’autore, l’artista, è Piergiorgio Maoloni, uno dei pochissimi maestri della grafica dei giornali italiani, e quella pagina – unica tra tutte le edizioni mondiali di quel giorno, ora esposta nella mostra «Piccoli tasti grandi firme» a Ivrea, Museo Garda, fino al 31 dicembre (a cura di Luigi Mascheroni, catalogo La Nave di Teseo) – è patrimonio mondiale da quando è assunta nell’empireo della collezione grafica permanente del Moma di New York.

Riguardiamola, per capire quanto sia rivoluzionaria. La testata rimane lì, ovvio, ma è come se si rimpicciolisca; sotto, a caratteri cubitali, quattro lettere, alte lo sproposito di 26,5 cm, occupano la parte alta del giornale. «LUNA». Il titolo, in realtà, è «Luna -Primo passo» ma la pienezza della parola Luna, in un carattere bastone così forte, pregnante, nero, batte di gran lunga qualunque altra gradazione dei titoli dei giornali concorrenti (L’uomo è sulla Luna, Sono sulla Luna, I piedi sulla Luna, A piedi sulla Luna, Sbarcati!, La Luna è conquistata, fino all’inappuntabile «Osservatore Romano»: Uomini e macchine in perfetta efficienza per la grande impresa di approdo sulla Luna). Restituisce l’emozione, la solennità, il timore, la liberazione, l’euforia, la poesia e forse persino l’incredulità dell’impresa e lo fa, appunto, con una sola parola che è un grido di gioia: LUNA. Ci sono un mini editoriale (titolo perfetto) e le foto degli astronauti, e poi... un jolly. L’impronta di un piede sinistro, sulla polvere. Se la si confronta con le foto rese note dalla Nasa qualche giorno dopo, però, si vede che le orme non coincidono. Maoloni fu furbo: utilizzò l’orma di uno stivale da pesca su una spiaggia; e la dida, del resto, sobriamente, non si vantava di nulla. Gli si può perdonare la fake news: nel contesto della pagina l’effetto è più importante della testimonianza veridica della foto e poi l’arte batte tutto.

E a proposito di arte, se volete davvero festeggiarla, la Luna, questo è il momento migliore per portarvene a casa una. Ricorrete senza indugi all’ingegno di san Bruno Munari, che la Luna la volle e la ebbe già nel 1959: stampe serigrafiche che ne riproducevano con esattezza i minimi rilivevi. All’epoca, il mensile «Successo» diede conto dell’opera: con una (pre)visione incredibile Munari scrisse un testo di accompagnamento nel quale suggeriva, in attesa della conquista, di «puntare una piccola bandierina rossa, qui in questa zona del “Mare Tranquillitatis”»: cioè il punto dove sarebbe atterrata l’Aquila, quello delle coordinate di Aldrin e del piede (autentico) di Armstrong. Oggi «La carta della Luna» di Munari la ripropone Danese: è realizzata su tela da legatoria nera, su cui viene prima stampato un fondo nero e poi si sovrappongono gli altri quattro colori del disegno. Il risultato? Una ammaliante combinazione di grigio argentato, bianco e due toni di rosa insaturi. Per chi “vuole la luna”, non c’è modo migliore di essere accontentato.

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