parole e musica

Guarda che (stavolta) sono io: pensieri, tic e abitudini di Francesco De Gregori

di Eugenio Bruno

2' di lettura

Che Francesco De Gregori scelga di mostrarsi sul grande schermo è di per sé una notizia. Che lo faccia facendo parlare i suoi pensieri, tic e abitudini anziché le sue celebri canzoni lo è ancora di più. Basta questo a rendere interessante l’operazione di Vero dal Vivo, presentato in un evento speciale alla Festa del cinema di Roma. Seguendo il tour estero del 67enne cantautore romano e della sua band, il documentario realizzato dal fotografo Daniele Barraco, su input dello stesso artista, ci mostra una versione intima e familiare. Del suo lavoro innanzitutto. Ma anche dei suoi legami familiari e professionali. Come se dopo aver cantato Guarda che non sono io per smontare la falsa immagine che il pubblico ha spesso avuto di lui fosse adesso il momento di raccontare a tutti: “Guarda chi sono io”.

Più parole che note

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Chi si aspetta di riassaporare al cinema le emozioni che De Gregori regala da oltre 40 anni nei club, nei teatri, nei palasport e negli stadi rischia di restare deluso. Perché negli 80 minuti di proiezione di musica ce n’è poca. Se per musica si intende la ripresa dei suoi concerti. Vero dal vivo non è un film musicale nel senso classico del termine. Con lunghi spezzoni di canzoni intervallati da riprese del backstage e delle tournee per umanizzare l’artista e il suo gruppo. L’opera prima di Barraco è piuttosto un film sulla vita. E sulla creazione artistica. Ad esempio sul perfezionismo che si nasconde dietro la scelta del plettro giusto oppure su come l’umore del momento può portare a scegliere all’ultimo momento di riarrangiare un pezzo storico. Ma è anche un film sull’amore. E non è un caso l’ampio spazio offerto alla scelta di duettare sul palco con la moglie Chicca in una versione a due voci di Anema e core che lascia il segno.

La musica italiana nel mondo

A volte guardando in camera ma molto più spesso divagando, camminando e soprattutto fumando, De Gregori dice la sua sull’Italia («La capitale dovrebbe essere Napoli») e sulla musica italiana. Sul perché ha scelto di arricchire il suo repertorio per l’estero con un classico della canzone partenopea come Anema e core o con 4 marzo di Lucio Dalla. Ma anche sulle emozioni che gli ha suscitato suonare al Bataclan di Parigi dopo i terribili fatti del 13 novembre 2015 e sulla necessità di tornare alla normalità. Oppure sull’effetto che gli ha fatto tornare a New York dove era stato nel lontano 1976. Generando negli occhi dello spettatore - grazie anche alla macchina semi-nascosta e alla mano allenata ai videoclip di Barraco - la stessa empatia che in genere arriva ai suoi fan attraverso l’orecchio. Di album in album. Di generazione in generazione. Che guardino i gatti come Alice o abbiano paura di sbagliare un calcio di rigore come Nino.

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