ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’intervento

Guardare al merito non significa premiare la performance

Per il presidente della Fondazione Rui bisogna guardare all’individuo nella sua interezza, serve un dibattito ampio nel Paese

di Giuseppe Ghini*

4' di lettura

Il dibattito sul merito, avviato non appena si è appreso il nome del nuovo Ministero della Pubblica Istruzione, lungi dall'aver esaurito l'argomento è sicuramente degno di ulteriori approfondimenti. La Fondazione Rui, ente non profit attivo dal 1959, tramite i suoi Collegi Universitari di Merito - come appunto vengono definiti - dà una formazione universitaria che accompagna gli studenti a scoprire i propri talenti e a metterli a frutto, per diventare uomini e donne di valore. Una missione cruciale ed entusiasmante: aiutare giovani capaci a crescere e a fiorire, stimolarli a guardarsi dentro, a conoscersi per realizzare ciò che saranno, persone di qualità che portano benefici alla comunità. Costruire talento, progettare merito, è un lavoro bellissimo.

Ma allora, cosa significa meritevole? Che cos'è il merito? Certamente non può essere sinonimo di performance, come troppo spesso accade, ma deve avere a che fare con l'individuo nella sua interezza, con i valori, le esperienze, le capacità relazionali, le competenze che costituiscono la persona a tutto tondo. Prima di discutere se questa nozione faccia bene o male alla Scuola, all'Università, alle Aziende o alla Pubblica Amministrazione, dunque, dobbiamo intenderci su che contenuto diamo a questo concetto, quali siano i valori che lo indirizzano, che discipline servano ad acquisirlo e infine come misurarlo.

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Prima di mettere in piedi campagne pro o contro, è fondamentale provare a interrogarsi su quale sia la direzione da prendere. La parola merito, in latino meritum, viene del verbo mereo che significa per l'appunto “meritare, guadagnare, essere degno di” ed è stretta parente del greco meiromai, “ricevo la mia parte”, ricevo un premio. La stessa radice indoeuropea *mr̥-ti dà vita a tante parole: ‘merito', ‘morte' e soprattutto ‘Moira'. Cosa c'entrano la morte e le divinità greche del destino con il merito? Per i greci è uomo, quindi mortale, chi ha meritato dalle Moire (le divine tessitrici) la sua giusta parte di destino (moira).

Dunque il merito è la “nostra parte”, il premio equo per qualcosa. Ed è su questo che penso debba concentrarsi il dibattito, il confronto, la discussione: merito per cosa? Se premiamo qualcuno è necessario capire “per quale merito” lo facciamo. Non esiste il merito in astratto, esiste invece quella complessità di fattori, di conoscenze, di competenze, di esperienze umane e relazionali che la società decide di valorizzare. E le valorizza perché sono le basi che abbiamo scelto per costruire il futuro delle nostre comunità, della società, del mondo in cui vogliamo vivano i nostri figli e i nostri nipoti.

Se intendiamo il merito in questo senso, la discussione sulla sua natura diventa di cruciale importanza per il sistema Paese: quali devono essere le dimensioni da premiare e i criteri designati a qualificare questo merito? La considerazione preliminare che occorre mettere sul tavolo investe il terreno dei valori: che idea di “umano” vogliamo promuovere? Spesso quando si parla di meritocrazia si corre il rischio di catturare e isolare come “meritevoli” solo determinati aspetti della persona umana e del suo lavoro, principalmente quelli che è più facile misurare e quantificare in termini di performance. Si rischia cioè di valutare l'umano considerandolo esclusivamente sulla base delle sue attività misurabili, imprigionandolo nelle categorie del successo e dell'insuccesso, in uno specifico campo e in un determinato momento.

Questo modus operandi fa sì che merito e performance diventino sinonimi, quando spesso non lo sono.Una simile idea di merito, che oggi sembra prevalere, appare oltremodo riduttiva, perché non contempla l'integralità dell'uomo: uno studente e un professionista è prima di tutto una persona, con le sue esperienze, la sua capacità di guardare all'altro, con la sua dimensione relazionale. Lo studio, il lavoro e dunque le capacità e le competenze che da essi scaturiscono e si sviluppano sono atti della persona, non sono compartimenti a sé stanti.

La giusta parte, ciò che è bene premiare, può prescindere dunque da una visione olistica, integrale dell'uomo?Un esempio: il 5° Rapporto Censis-Eudaimon identifica nel “caring aziendale” e nelle politiche di Welfare una priorità per il 60% delle aziende. Questo significa che sempre di più ci si accorge che prima del lavoratore va considerata la persona nella sua interezza. È evidente che il benessere di ciascuno, la sua piena soddisfazione come uomo o donna, è una ricchezza per l'azienda.

Perché allora nel declinare il concetto di merito non si considerano gli stessi presupposti, la persona nella sua integralità?Ancora, si parla della crisi demografica che investe il nostro Paese e con poche eccezioni il Vecchio Continente, facendo tornare alla ribalta il tema della maternità e più in generale della genitorialità in relazione al suo riconoscimento e trattamento negli ambienti professionali. Quanto “merito” può scaturire da questa dimensione fondamentale della donna e dell'uomo? Avere un figlio, o averne più di uno, innesca naturalmente la necessità di sviluppare e alimentare competenze e abilità che, di riverbero, arricchiscono l'ambiente di lavoro e migliorano anche la qualità di ciò che si produce, oltre che il bagaglio personale di skill.

Interessante su questo tema il libro “La maternità è un master”, di Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, che va nella direzione di qualificare anche professionalmente la ricchezza che proviene da questa esperienza umana.Se quindi il merito deve considerare la persona, valorizzando la molteplicità delle sue dimensioni, non è più possibile delegarne l'attribuzione al mercato, sulla base di specifiche categorie, o associarlo al successo basato su performance in un determinato settore o ambito professionale.

Ci sembra urgente, di contro, aprire nel nostro Paese un dibattito ampio e plurale che sappia sintetizzare e integrare armonicamente visioni, indicatori e modelli per costruire, partendo da una prospettiva olistica dell'uomo, una società più giusta e quindi davvero meritocratica.

* Presidente Fondazione Rui

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