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Gubitosi (Tim): «Apriremo una sede in Silicon Valley: Il debito? una priorità»

Il manager dopo un anno di attività al vertice del gruppo: «Rete unica, le trattative possono andare in porto: altrimenti sarebbe un'occasione persa. I rapporti con Vivendi? Il clima è profondamente cambiato e lavoriamo in armonia con i grandi soci»

di Fabio Tamburini


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Luigi Gubitosi è ad di Telecom Italia dal novembre 2018. In precedenza è stato fra l’altro ad di Wind, direttore generale della Rai e commissario straordinario di Alitalia (Imagoeconomica)

7' di lettura

Come chiuderete il bilancio Tim 2019? «Siamo in linea con le nostre previsioni nonostante un mercato molto competitivo con prezzi che in Italia sono tra i più bassi d'Europa». Riuscirete a tagliare il debito di 6 miliardi sui 25,2 miliardi di partenza? «La riduzione del debito è la priorità principale del Piano. Con il completamento delle operazioni su Inwit e della joint venture con Santander lo diminuiremo di circa 3 miliardi». Agli accordi con Google e Vodafone ne seguiranno altri? «La mia filosofia di gestione è aprire il gruppo a partnership, alleanze, collaborazioni. L'obiettivo è ottenere risorse e tecnologie all'avanguardia per soddisfare le necessità di cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Tim dev'essere il punto di riferimento dell'innovazione tecnologica del Paese nei prossimi anni».

Il 18 novembre Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim, ha compiuto il primo anno di attività al vertice del gruppo e, nell'intervista che segue, racconta risultati e progetti.

Conferma le previsioni per l'anno in corso nonostante che nei primi nove mesi del 2019 siano diminuiti i clienti sia nella telefonia fissa sia nel mobile?
Tutto secondo le aspettative. Per proseguire a generare cassa e redditività, dobbiamo continuare ad aumentare l'efficienza del gruppo.

Che aspettative avete per il bilancio 2020?
Ne parleremo al momento opportuno, ovvero l'11 marzo del prossimo anno quando presenteremo ai mercati il piano aggiornato al 2020.

I rapporti con Vivendi continuano a essere difficili? Sono critici sulle scelte che state facendo?
La settimana scorsa ho incontrato a Barcellona una cinquantina d'investitori e, per la prima volta, nessuna domanda ha riguardato le relazioni con e tra i maggiori azionisti. La ragione c'è: il clima è profondamente cambiato e stiamo lavorando in armonia con i grandi soci. Aggiungo che la nomina del nuovo presidente, Salvatore Rossi, è stata molto apprezzata e sta contribuendo al rafforzamento di una governance condivisa.

Resta l'incognita della Cdp, non presente in consiglio ma azionista di peso. Come finirà?
Con i vertici della Cdp c'è un rapporto eccellente.

Il debito è in diminuzione. Come vi state muovendo?
L'intervento annunciato è quello più ambizioso degli ultimi dieci anni e punta a risolvere un problema che era diventato cronico. L'accordo con Vodafone su Inwit permetterà di tagliare circa 1 miliardo e mezzo d'indebitamento e altri 500 milioni arriveranno dall'intesa sul credito al consumo con il Santander. Dalla riduzione organica, invece, otterremo nel 2019 1,2 miliardi di miglioramento. Dopo soltanto un anno siamo già a metà strada.

I tassi d'interesse così bassi vi stanno aiutando molto…
Sì, quest'anno risparmieremo oltre 100 milioni. Lo scenario è positivo sia perché ad ogni scadenza di prestiti li negoziamo a condizioni migliori, sia perché a causa dei tassi d'interesse negativi su molti bond, buona parte della liquidità mondiale sta andando verso investimenti alternativi a condizioni molto interessanti. Segnalo, in particolare, il ruolo dei fondi infrastrutturali. Noi siamo arrivati puntuali all'appuntamento avviando tre operazioni in cui potremo averli come alleati.

Quali?
L'accordo sulle torri con Vodafone, gli investimenti nei data center e quelli sulla fibra.

In che tempi l'intesa con Vodafone sarà operativa?
È sostanzialmente chiusa. Il 18 novembre è stata convocata per il 19 dicembre l’assemblea di fusione che sarà l'ultimo atto formale prima dell'avvio e, a quel punto, mancherà solo l'autorizzazione dell'Antitrust europeo. Inwit post-fusione darà grandi vantaggi economici derivanti dalle sinergie con Vodafone, accelererà lo sviluppo del 5G di qualche anno e sarà parte fondamentale dell'infrastruttura tecnologica del Paese, che vogliamo sia tra le più avanzate al mondo.

Il 5G ha richiesto investimenti elevati. Anche Tim ha pagato la concessione a caro prezzo. Che progetti avete e con quali prospettive?
Il nostro è un settore ad alta intensità di capitale e questo spiega la necessità di progetti condivisi. Le prospettive saranno positive in funzione di quanto sapremo approfittare dell'evoluzione tecnologica per rafforzare la nostra posizione competitiva. Siamo partiti bene, ma abbiamo fatto solo il primo tratto di una lunga maratona.

Il capitale di Inwit è aperto ad altri operatori?
È già così ma potrà esserlo molto di più. Anche in questo caso la scelta è di aprirci a collaborazioni, partnership, alleanze. Per esempio abbiamo offerto ai nostri concorrenti di entrare nel capitale della nuova società e, in caso contrario, lo proporremo a fondi infrastrutturali. Dopo la fusione, Tim e Vodafone controlleranno il 75 per cento di Inwit e intendiamo scendere al 50,1 per cento. Quindi se qualcuno vuole unirsi a noi alle giuste condizioni è benvenuto.

Qual è la vostra strategia per i data center?
Il cloud rappresenta una nuova frontiera dell'innovazione che cambierà il modo di fare business delle imprese, piccole e grandi. Tim c'è, e in maniera importante.

La nuova società creata per lanciarli è destinata alla quotazione?
È possibile. Il processo di creazione del valore sarà simile a quello di Inwit. Ai data center si uniranno centri di ricerca e nei prossimi anni verranno assunti centinaia d'ingegneri e specialisti dei dati.

Ce ne sono abbastanza in Italia?
Sì, anche se in prospettiva la domanda aumenterà vertiginosamente. Di sicuro nei prossimi anni laureati in matematica, fisica e alcuni corsi d'ingegneria e informatica non avranno difficoltà a trovare lavoro.

Quale ruolo potranno avere i fondi infrastrutturali negli investimenti per la rete in fibra?
I fondi infrastrutturali offrono capitali a lungo termine a condizioni divenute interessanti per i motivi citati. Sia in Italia che in Brasile potrebbero affiancarci e diventare protagonisti del settore.

Il centro studi Astrid, che fa capo a Franco Bassanini, ha spiegato che la rete unica va fatta ma non sotto Tim. Come commenta il rapporto?
Mi limito a dire che in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Corea fino alla Germania e al Brasile, il modello di riferimento è quello di un operatore integrato, che in Italia significa Tim. Anche perché le tecnologie sono numerose, evolvono rapidamente, vanno integrate, hanno bisogno di economie di scala e competenze.

Le reti devono soddisfare le esigenze dei clienti e solo un operatore integrato può conoscere veramente di cosa ha bisogno il cliente finale. Basta vedere che dove non c'è Tim le diseguaglianze nell'accesso alla rete si riducono più lentamente rispetto alle aree dove Tim può operare liberamente. Eliminare gli squilibri è l'obiettivo più importante da raggiungere e preferisco un approccio al tema pragmatico e fattivo piuttosto che ideologico.

Le trattative per la rete unica sono lunghe e complesse. C'è davvero la possibilità che vadano in porto?
Credo che occorra trovare un equilibrio su tre elementi: il valore da attribuire agli asset, gli impegni da prendere con il Paese sugli investimenti e quelli con le autorità regolamentari. Sono convinto che è possibile riuscirci, altrimenti sarebbe un'occasione persa. Non solo per le parti in causa ma, ancora di più, per il Paese.

In che situazione si trova la rete in fibra realizzata finora, distinguendo tra aree nere a redditività elevata e aree bianche a fallimento di mercato?
Ripeto, dove non c'è Tim le diseguaglianze nell'accesso alla rete si riducono più lentamente o addirittura aumentano.

Quale dev'essere il ruolo di Tim nelle tecnologie di tlc avanzate?
L'evoluzione tecnologica sta accelerando e i cambiamenti saranno sempre più significativi, non possiamo permetterci di rimanere indietro né per quanto riguarda la rete nazionale in fibra né nell'intero settore delle telecomunicazioni, in cui il nostro Paese ha sempre avuto un ruolo d'avanguardia. Tim dev'essere la finestra dell'Italia sul mondo in campo tecnologico grazie alla rete di alleati, partner, fornitori, studiosi, che stiamo organizzando. L'anno prossimo apriremo anche un ufficio in Silicon Valley, nel cuore della innovazione tecnologica mondiale.

Perché la partnership con Google è strategica?
La rivoluzione tecnologica in corso è centrata sulla gestione dei dati disponibili e sulla velocità di elaborazione. Tempi che stanno diminuendo in misura esponenziale, con rapidità inimmaginabile fino a qualche anno fa. In più il 5G funzionerà da acceleratore. Così gestione e sicurezza dei dati sono oggi temi molto rilevanti. L'intelligenza artificiale si diffonderà. Stiamo lavorando per dotare l'Italia di una infrastruttura avanzata, per questo abbiamo sottoscritto un'alleanza strategica e industriale con Google cloud.

A quali soluzioni state lavorando?
Le modalità di archiviazione dei dati saranno diverse in funzione delle necessità. Avremo una soluzione tecnica tutta italiana, una basata su tecnologia Google e altre ibride secondo i fabbisogni dei clienti, in gergo Private, Public e Hybrid cloud. Il tutto su infrastrutture governate da Tim di nuovissima generazione a Torino, Milano, Roma.

Anche su questo fronte c'è spazio per l'intervento di fondi infrastrutturali?
Per facilitare e accelerare gli investimenti necessari per costruire questi impianti verrà costituita una società in cui confluiranno i data center esistenti e quelli di prossima costruzione. Al momento ne abbiamo 22. Il piano prevede l'entrata di un fondo in aumento di capitale per finanziare lo sviluppo.

Che programmi avete con Google cloud?
L'accordo raggiunto è il primo passo di una collaborazione che immaginiamo estendersi ad altre aree. Si tratta di opportunità di sviluppo da realizzare con quella che è stata definita la società più innovativa al mondo.

C'è il problema della sicurezza delle reti e dei dati. Come vi state muovendo?
La cibersecurity è una priorità. Nel gruppo Tim abbiamo una società, Telsy, ancora piccola ma che sta crescendo in misura esponenziale, eccellente nella sicurezza. I suoi ritmi di sviluppo sono davvero elevati, incredibili. E' attiva, in particolare, nella criptografia. Telsy rappresenta il nostro centro di competenza nel settore ed è in contatto con centri di eccellenza mondiale.

Investirete ancora nella cybersecurity?
Certo, perché è necessario garantire l'assoluta impenetrabilità delle reti italiane e il settore rappresenta opportunità di sviluppo commerciale importanti.

Tra le vostre priorità c'è Tim vision. A che punto siete?
Il 2020 sarà l'anno in cui la convergenza tra telecomunicazioni e contenuti, attesa da anni, comincerà a materializzarsi. Nei contenuti abbiamo cambiato strategia e non siamo più produttori, perché è un'attività economicamente insostenibile. Abbiamo invece deciso di essere aggregatori di contenuti eccellenti, offrendo ai consumatori le opportunità migliori sul mercato. Per questo, dopo avere raggiunto accordi con Amazon, Netflix e per le partite del campionato di calcio, continueremo sulla stessa strada. L'intenzione è diventare protagonisti nel mondo dell'intrattenimento.

Dicono che in Tim Vision entrerà anche Disney. È vero?
Magari!

Tim Brasil è destinata a crescere?
Tim Brasil è un asset in costante crescita. E' possibile che, dopo tante indiscrezioni e operazioni fallite, sia finalmente arrivata l'ora del consolidamento sul mercato del mobile. Se davvero andrà così noi ci saremo, partecipando come protagonisti. A condizione, naturalmente, che le condizioni siano quelle giuste.

Che bilancio fa dopo un anno alla guida dell'azienda?
Ho la forte convinzione che Tim sia un'azienda migliore rispetto a un anno fa e sono sicuro che sia peggiore di come sarà tra un anno.

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