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Guerra dei dazi Usa-Cina, perché il 15 dicembre è il “giorno del giudizio”?

Manca una settimana per trovare un’intesa tra Stati Uniti e Cina. In caso di mancato accordo ci potrebbero essere conseguenze pesanti sui mercati (che hanno puntato sul “sì” e questo spiega il record di Wall Street) e nei rapporti tra le due superpotenze. Perché dopo questa ondata di dazi non ci sarebbero più merci “attaccabili”

di Vito Lops


Boccia (Confindustria): nuovi dazi Usa? Occorre risposta europea

3' di lettura

Inizia la settimana decisiva di una guerra che ormai va avanti da troppo tempo e sta snervando gli investitori. È dalla primavera del 2018 che Usa e Cina hanno iniziato a scontrarsi applicando dazi e contro-dazi. Il 15 dicembre scatta una dead-line chiave: in mancanza di un’intesa tra le due parti scatteranno nuovi dazi. Gli Usa applicheranno il 15% su altri 150-160 miliardi di merci importate dalla Cina. Pechino potrebbe rispondere applicando un’aliquota del 7,5% su un totale di merci importate dagli Usa per 50 miliardi.

L'importanza è decisiva, per due motivi: 1) gli investitori da diverse settimane hanno portato in rally le Borse puntando nettamente su un accordo. Se così non fosse è logico aspettarsi una correzione immediata, altro che rally di fine anno; 2) con l’aggiunta di questi altri dazi la guerra arriva sicuramente a un punto di svolta. Perché a quel punto il totale import-export tra i due Paesi su cui applicare nuove tariffe sarebbe esaurito. «Se gli Usa aggiungono dazi per altri 160 miliardi di merci cinesi hanno completato il monte delle merci importate dalla Cina su cui applicare tariffe, stando agli ultimi dati della bilancia commerciale - spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte sim -. Stesso discorso per la Cina che ha ancora 50 miliardi di merci Usa da “attaccare” al momento e si giocherebbe l’ultima carta il 15 dicembre. Dopodiché la guerra potrebbe spostarsi sulle aliquote ma non più sulle tipologie di merci».

Le tappe della guerra commerciale
La tabella in basso - elaborata da Intermonte - evidenzia tutte le tappe di questa guerra, le aliquote applicate e le merci (in miliardi di dollari) colpite. Dalla stessa emerge che i danni inflitti dagli Usa alla Cina ammontano a 81 miliardi di dollari. Arriverebbero a 105 con l’aggiunta di dazi pari al 15% sul restante di merci per 160 miliardi. Allo stesso tempo la Cina ha agito su due fronti, quello commerciale e quello valutario. Con i dazi sulle merci finora ha inferto un danno da oltre 25 miliardi (che si avvicinerebbero a 30 il 15 dicembre). Sul cambio - che invece nel frattempo si è svalutato da 6,4 a 7,04 yuan per un dollaro - il danno supera i 60 miliardi. «Questi dati dimostrano che finora Pechino ha risposto ai dazi anche svalutando lo yuan chirurgicamente in modo tale da neutralizzare gli aumenti tariffari Usa - prosegue Cesarano -. Senza un accordo prima del 15 dicembre è ragionevole un’ulteriore svalutazione dello yuan in area 7,1 per bilanciare il conteggio dei danni reciproci e sterilizzare l’ultimo eventuale attacco di Trump».

Guerra dei dazi, atto finale

Il calcolo dei reciproci danni tra Usa e Cina

Il lato nascosto della guerra: deal bloccati
Un altro aspetto della guerra commerciale riguarda il peso politico della Cina sulle operazioni di fusione e acquisizioni internazionali. La Samr, State administration for market regulation, è l’ente cinese che autorizza le operazioni tra due società. Il punto è che può porre il veto anche nei confronti di società straniere, qualora abbiano un’importante fetta di fatturato e business in Cina.

Le operazioni completate. Fonte: Bloomberg

«Quando si parla di guerra commerciale tra Usa e Cina è importante evidenziare due aspetti distinti della questione - spiega Roberto Bottoli, responsabile delle strategie merger arbitrage di Gam -. Molte operazioni di M&A tra società Usa ed europee richiedono l'autorizzazione dell'autorità antitrust cinese. Basti pensare che in questo momento ci sono 141 miliardi di fusioni tra società “occidentali” (Usa/Usa o Usa/Ue e Usa/Israele), annunciati negli ultimi 12 mesi, che attendono l'approvazione dell'antitrust cinese (Samr). Di questi, $141 miliardi, $84 miliardi sono relativi alla fusione Allergan/Abbvie nel settore farmaceutico. In risposta anche gli Usa hanno potenziato il perimetro d’azione del Cfius (Committee on foreign investment in the United states). Il risultato finale è che l’M&A dalla da Cina e Hong Kong verso Usa e Canada si è sensibilmente ridotto nel 2018 e 2019, così come la percentuale dei deal completati».

Vito Lops su twitter

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