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Guerra dei dazi, ecco chi vince e chi perde nei due scenari possibili

L’11 ottobre 2019 il presidente degli Stati Uniti incontrerà alla Casa Bianca il vicepresidente cinese Liu He. Stando agli ultimi rumors le due superpotenze avrebbero trovato che questa volta potrà includere anche il cambio yuan/dollaro, finora “arbitro mascherato” nella disputa

di Vito Lops

Nella guerra dei dazi, "La Cucina Italiana" sbarca in Usa

3' di lettura

La guerra dei dazi entra nel vivo. L’11 ottobre 2019 il presidente degli Stati Uniti incontrerà alla Casa Bianca il vicepresidente cinese Liu He. Una notizia positiva perché conferma che la delegazione cinese rimarrà per tutti i due giorni inizialmente schedulati (giovedì 10 ottobre e venerdì 11). Sembra quindi scampato il timore di un ritorno a casa anticipato della formazione cinese, che sarebbe stato sintomatico di una rottura (l’ennesima) nel complicato schema di negoziazioni che procedono a strappi ormai dalla primavera del 2018 (quando sono scattati i primi dazi degli Usa nei confronti della Cina).

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Stando agli ultimi rumors le due superpotenze avrebbero trovato un accordo sulla base di un incremento degli acquisti di derrate agricole da parte della Cina, accompagnato da un azzeramento dei nuovi dazi che, in assenza di un’intesa, scatteranno il 15 ottobre (con un innalzamento dell’aliquota dal 25% al 30% su 250 miliardi di merci cinesi importate dagli Usa). A questi poi seguiranno (sempre in assenza di un’intesa) altri dazi a dicembre con aliquota del 15% su altri 175 miliardi di merci cinesi importate dagli Usa.

LA GUERRA DEI DAZI. ECCO CHI VINCE E CHI PERDE I vari scenari all'orizzonte (Fonte: Intermonte Sim)

«I rumors indicano anche che a questo giro nell’accordo dovrebbe rientrare il cambio yuan/dollaro - spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte sim -. La Cina potrebbe impegnarsi a non svalutare più lo yuan, mossa che finora ha attuato chirurgicamente per arginare gli effetti dei dazi tanto che ad agosto gli Usa l’hanno inserita nell’elenco dei Paesi che manipolano il cambio. Anzi potrebbe impegnarsi a rivalutarlo fino a portarlo nuovamente sotto la soglia psicologica di 7 yuan per un dollaro».

Prima dell’inizio della guerra commerciale il cambio era a 6,3. Giovedì 10 ottobre era invece a quota 7,12 con una punta a 7,14 nei giorni precedenti. Il che equivale a una svalutazione del cambio di quasi 12 punti percentuali dall’inizio della disputa tra Usa e Cina. Facciamo due conti (si vedano le tabelle, sia nell’ipotesi A (che prevede un accordo) che nell’ipotesi B (quella in cui il tavolo salti).

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«Con le attuali aliquote gli Usa infliggono un danno alla Cina da 81 miliardi di dollari - continua Cesarano -. I contro-dazi cinesi invece pesano per circa 25 miliardi. Se a questi aggiungiamo però il danno inflitto agli Usa dalla svalutazione dello yuan, che si traduce in un recupero di competitività delle merci cinesi, il discorso cambia profondamente».

La svalutazione dello yuan impatta su tutti i 550 miliardi di beni esportati dalla Cina verso gli Usa, pari a un recupero di competitività, alias abbassamento del costo per gli acquirenti Usa delle merci importate dalla Cina, di 72 miliardi al cambio 7,12. Se invece il cambio fosse a 6,95 il danno totale (dazi+recupero competititivà) scenderebbe a 83 miliardi, andando sostanzialmente a pareggiare il danno attualmente inflitto dagli Usa con le attuali aliquote.

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«Se invece l’11 ottobre 2019 non si conclude nessun accordo e gli Usa aumenteranno l’aliquota dal 25% al 30% dal 15 ottobre su 250 miliardi e poi aggiungeranno nuovi dazi (15% su altre merci per 175 miliardi) il danno inflitto dagli Usa salirà a 120 miliardi - conclude Cesarano -. A quel punto per andare a pareggiare il danno subito la Cina dovrebbe portare il cambio a 7,35. Da questi calcoli si desume l’importanza del cambio in questa guerra. Spesso si parla di tipologie di merci e di brevetti. Ma anche il cambio finora ha fatto la voce grossa, come una sorta di “arbitro mascherato” della disputa. Ecco perché potrebbe rientrare nel nuovo accordo. Che in ogni caso sarebbe monco, del tipo “io Usa non aumento i dazi a ottobre e dicembre e tu Cina compri beni agricoli americani e in più ti impegni a rivalutare il cambio».

Sarebbe una bella notizia per i mercati che scontano uno scenario peggiore ma il grande tema, l’accusa Usa di violazione della proprietà intellettuale da parte della Cina, verrebbe rimandato. Forse fino alla prossima estate. Quando la campagna elettorale per le elezioni americane di novembre 2020 (Trump punta al secondo mandanto) entreranno nel vivo.

twitter.com/vitolops

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