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Guerra e pace. Il dialogo sul nucleare iraniano allontana Israele dagli Usa

Dopo il sabotaggio al sito nucleare iraniano di Natanz, Europa e Stati Uniti proseguono la strada del dialogo con Teheran per far rivivere l’accordo

di Roberto Bongiorni

Iran, blackout nel sito di Natanz: "Atto di terrorismo nucleare"

4' di lettura

Passano gli anni, cambiano i capi di Stato e di Governo, infuria una violenta pandemia mondiale, eppure il dossier geopolitico più caldo rimane sempre lo stesso: il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano firmato dal gruppo 5+1 (Usa, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania) e l’Iran.

Sono ormai molti anni che Israele ed Iran si avvicinano, a volte sfiorandolo per poi tornare solo in parte indietro, ad un confronto militare dalle conseguenze imprevedibili, ma potenzialmente catastrofiche, per tutta la regione.

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Guerra e Pace: i negoziati e gli attentati

Nel giorno in cui le delegazioni straniere si trovavano a Vienna per provare a riprendere i difficili negoziati sul nucleare iraniano, è arrivata la mattina la notizia di un attacco al sito di Natanz, il centro più importante del programma nucleare iraniano. Non sembra una banale coincidenza. In quello che sembra un grande attacco cyber (non sono escluse altre piste), sarebbero state danneggiate le nuove centrifughe nucleari inaugurate il giorno prima dalle autorità iraniane. Era presente anche il presidente Hassan Rouhani.

La tensione è altissima. La guerra clandestina portata avanti da Israele e l’Iran ormai non è più tale. Gli attacchi e le rappresaglie si sono intensificati per frequenza e per obiettivi. Il tutto quasi alla luce del sole gli attacchi e le rappresaglie tra Israele e Teheran si sono intensificati per frequenza e per obiettivi.

Natanz, era già stato oggetto di un attentato lo scorso luglio, quando un’esplosione aveva provocato gravi danni alle sue strutture. Meno di una settimana fa nel Mar Rosso fa un'altra esplosione ha colpito una nave militare dei Guardiani della rivoluzione. Anche in questo caso l'incidente è stato attribuito ad Israele. L'ultimo di una preoccupante escalation di attacchi in mare che hanno visto l'Iran colpire due navi mercantili israeliane in meno di due mesi in rappresaglia a presunti precedenti attacchi.

Il difficile cammino dell’accordo sul nucleare (Jcpoa)

Per quanto le premesse fossero incoraggianti (non per Israele) la vita del Jcpoa è durata davvero poco. Poco meno di tre anni. Israele è sempre stata profondamente contraria a questa intesa per questioni di sicurezza nazionale (ha sempre sostenuto che l'Iran punta ad un arsenale atomico). Accorso in suo aiuto, l’ex presidente americano Donald Trump era uscito unilateralmente dal Jcpoa nel maggio del 2018, ripristinando le sanzioni economiche contro Teheran, per poi inasprirle nei mesi e negli anni successivi.

Sanzioni durissime. Che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana. Temendo la scure dell’embargo americano, e quindi le conseguenze finanziarie, molte grandi aziende di tutto il mondo, incluse quelle europee, hanno subito interrotto i loro affari e i grandi progetti che intendevano realizzare una volta che le sanzioni fossero state definitivamente rimosse.

Teheran accusa Israele, che non smentisce

Tornando all’attacco dell’11 aprile, il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, considerato l’architetto del Jcpoa, non ha avuto dubbi: «Questo attacco è stato un episodio di terrorismo nucleare. Ci riserviamo il diritto di rispondere, i sionisti vogliono vendicarsi per i nostri progressi sulla strada della revoca delle sanzioni, hanno detto pubblicamente che non lo permetteranno. Ma noi ci prenderemo la nostra vendetta». Seguendo un copione già visto, il Governo israeliano non ha smentito né confermato.

Ma le parole pronunciate poche ore dopo la diffusione dell'attacco dal capo dell'esercito israeliano, Aviv Kochavi, non sono enigmatiche «Le operazioni (di Israele, ndr) in Medio Oriente non sono nascoste agli occhi dei nemici», ha detto.

La nuova linea americana incoraggia Bruxelles

Senza il sostegno di Donald Trump le cose non si stanno però mettendo bene per Israele. Quanto Trump era determinato a far carta straccia dell'accordo sul nucleare, tanto è deciso l'attuale presidente Joe Biden a portare avanti gli sforzi per farlo rivivere. Galvanizzata da questa nuova linea, Bruxelles ha lanciato un duro monito: «Rigettiamo qualsiasi tentativo di minare o indebolire gli sforzi diplomatici in coso». E ha perfino annunciato che aprirà un’inchiesta sull'incidente a Natanz per appurare se si è trattato davvero di un atto di sabotaggio. Poche ore prima, dalla base aerea di Nevatim, in Israele, il Segretario Usa alla Difesa, Lloyd Austin, aveva precisato che gli sforzi americani per tornarsi ad impegnare con l'Iran sull'accordo nucleare continueranno. Un messaggio chiaro al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Che aveva incontrato Austin domenica 11 aprile assicurando di fare tutto ciò che è in suo potere per fermare l'accordo sul nucleare.

Sabotare Natanz per “sabotare” Vienna

Certo, se fosse stata Israele, come suggeriscono le circostanze, a scatenare il presunto cyber-attacco che ha provocato un black out a Natanz, danneggiando le centrifughe, potrebbe trattarsi di un tentativo di “sabotare” quei negoziati in corso a Vienna finalizzati ad un nuovo accordo con Teheran o alla ripresa di quello precedente.

Chi ha scatenato l’attentato forse spera in una dura rappresaglia iraniana che metta in una posizione molto scomoda gli alleati occidentali di Israele, fino a indurli a sospendere i negoziati.

Ma vi è probabilmente un altro obiettivo. Danneggiare le attività di Natanz significa rallentare le ambizioni iraniane di arricchire velocemente l’uranio in tempi rapidi a soglie considerate pericolose. In altre parole ridimensionare, anzi ridurre, il “potere contrattuale” di Teheran per convincere i firmatari del Jcpoa a riprenderlo.

Difficile prevedere chi la spunterà. In risposta all’uscita degli Usa dal Jcpoa, da due anni Teheran ne sta violando le prescrizioni, arricchendo l'uranio a gradazioni sempre più pericolose (anche le nuove centrifughe danneggiate domenica 11 aprile non erano consentite). Ancora pochi passi e per Israele verrebbe oltrepassata forse l'ultima linea rossa. E poi chissà. Le premesse non sono incoraggianti.


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