elezioni presidenziali

Guerra e riforme, l’Ucraina mette ai voti l’era del Maidan

di Antonella Scott


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(AP)

4' di lettura

«Un tempo vi chiamavano il granaio d’Europa...», nota in un’intervista Satu Kakhonen, country director per Bielorussia, Moldavia e Ucraina alla Banca mondiale. Secondo cui l’agricoltura ucraina potrebbe tornare a essere uno dei motori della crescita, se solo potesse sfogare le sue potenzialità. Se si potessero convincere gli investitori stranieri e locali che vale la pena dare denaro e fiducia, non solo aiuti d’emergenza, all’Ucraina.

Per il momento la crescita è lenta, insufficiente a frenare il declino del tenore di vita di buona parte della popolazione. Che è stanca. Della guerra, della corruzione, delle riforme mancate e di quelle che, realizzate, costano troppo a chi guadagna poche migliaia di grivne al mese, poche decine di euro. Alla vigilia delle elezioni presidenziali alza le braccia anche il primo ministro, Volodymyr Groysman: «Non siamo riusciti a realizzare un piano che assicuri una crescita economica stabile e veloce, all’altezza delle necessità e delle capacità del Paese». Oggi gli elettori ucraini daranno il loro voto alla classe dirigente del dopo-Maidan: a chi ha gestito il Paese in questi drammatici cinque anni di guerra e di avvicinamento all’Occidente. La perdita della Crimea, il conflitto nelle regioni orientali, il confronto con Mosca che era anche uno dei pilastri dell’economia. Quella intrapresa dal presidente Petro Poroshenko è la strada giusta? O è tempo di tentare una svolta, sia pure nell’ignoto, con l’inesperto e popolarissimo Volodymyr Zelenskiy, attore diventato politico in una notte? È difficile sottovalutare l’importanza di queste urne, non solo per l’Ucraina: che dal 2014 è la prima linea nel confronto tra Mosca e l’Europa.

Secondo l’economista Oleg Ustenko, direttore della Blazer Foundation, per garantire la capacità di ripagare i debiti sui mercati internazionali l’Ucraina dovrebbe crescere almeno del 5% annuo: e invece le aspettative della Banca centrale (Nbu) fermano la crescita del Pil al 3,3% per il 2018 e al 2,5 per il 2019. Nel 2018 gli investimenti stranieri, su cui pesa il conflitto nell’Est e la mancanza di riforme più radicali, si sono fermati a 2,5 miliardi di dollari, mentre l’inflazione (al 9%) costringe l’Nbu a tassi di interesse proibitivi (18%). «La crescita, fa notare Ustenko, «dovrebbe essere distribuita più uniformemente tra i cittadini,per ridurre le differenze tra ricchi e poveri».

È la povertà e la mancanza di prospettive ad alimentare il cosiddetto “anti-rating” nei confronti di Poroshenko, che raccoglie la “disapprovazione” di metà degli elettori, delusi perché in questi che dovevano essere anni di speranza «niente è cambiato per il meglio». Non sono pochi, così, quelli che partono: in Russia, in Polonia, in Germania.

In realtà, al presidente in carica va riconosciuto di aver tenuto in piedi un Paese in circostanze straordinarie: Poroshenko non ha vinto la guerra, ma non l’ha nemmeno persa; ha superato due anni di recessione; non ha convinto il Fondo monetario con le riforme richieste ma ne ha attuate una parte, rendendo possibile una conversione del programma di aiuti da 17,5 miliardi, congelato, in un prestito stand-by di 3,9 miliardi che - sbloccando anche i crediti di Banca mondiale e Ue - permetterà all’Ucraina di affrontare il picco dei rimborsi sul debito che la attende quest’anno e il prossimo, un totale di 17 miliardi. Su Poroshenko, tuttora imprenditore - re del cioccolato - pesa inoltre la constatazione che la corruzione e il dominio degli oligarchi continuano a soffocare ampi spazi dell’economia, dall’energia ai trasporti al settore minerario. Una ricerca della Banca mondiale ha calcolato che se le cosiddette imprese “connesse politicamente” sono il 2% del totale, controllano più del 20% del fatturato e più di un quarto degli assets. Malgrado i passi intrapresi dal governo per creare organismi di lotta alla corruzione e sviluppare una governance più trasparente, l’Fmi chiede di più.

Ma la richiesta più dolorosa riguardava i prezzi del gas per le famiglie, aumentati in novembre del 25% a 8,6 grivne il metro cubo, 0,2 centesimi di euro (nel 2013 il gas costava 0,7 grivne). Un «genocidio», grida Yulia Tymoshenko, che tenta per la terza volta la corsa alla presidenza cavalcando un programma populista. Il suo non è certamente un volto nuovo come quello di Zelenskiy, ma l’ex premier tocca il cuore del problema. «Vivere qui è sempre più difficile - è la testimonianza di una signora di Kiev, 70 anni, russofona -. Lavoro ancora un poco, ma solo all’estero: qui non ci sono eventi in lingua russa. Ho iniziato a studiare ucraino ma ci vorrà tempo...ho bisogno di lavorare perché la mia pensione è di 1.600 grivne (52 euro), ne spendo 3.000 (più di 98) solo di luce e gas. Non credo a nessuno, non importa niente a nessuno. Ma spero che torni al potere qualcuno meno negativo verso la Russia, perché le cose migliorino».

A Mosca di sicuro ascoltano. E non a caso, la settimana scorsa le agenzie hanno diffuso le immagini di un incontro tra Yuriy Boyko, il candidato più vicino al Cremlino, e il premier Dmitrij Medvedev. Era presente anche Aleksej Miller, capo di Gazprom. Che si è detto pronto a riprendere le forniture dirette di gas al mercato ucraino, di fatto interrotte dopo il 2014: «Certo - ha detto Miller - è presto per parlare di prezzi. Ma pensando al livello esorbitante delle tariffe per i consumatori finali in Ucraina, un nuovo contratto potrebbe risultare in un prezzo inferiore di un quarto». Sconti offerti da Mosca in cambio di una svolta. Come prima del Maidan.

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