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Guerra valutaria, il bersaglio di Trump non è la Cina ma la Fed

Per la seconda estate consecutiva, ecco che Trump agita il feticcio della guerra valutaria. È un feticcio perché il presidente di un Paese la cui valuta è una moneta internazionale non ha alcuna ragione economica per volere una guerra valutaria

di Donato Masciandaro


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3' di lettura

Per la seconda estate consecutiva, ecco che Trump agita il feticcio della guerra valutaria. È un feticcio perché il presidente di un Paese la cui valuta è una moneta internazionale non ha alcuna ragione economica per volere una guerra valutaria. Ma questo non vuol dire che una guerra valutaria non ci possa essere: perché se il presidente ragiona non pensando al suo Paese, ma al proprio tornaconto, quantomeno minacciarla può essere molto conveniente. Soprattutto per mettere pressione sulla Fed.

Nei giorni scorsi la Cina ha lasciato che sul mercato il tasso di cambio del renminbi scivolasse verso livelli particolarmente bassi, superando la soglia psicologica di 7 renminbi contro 1 dollaro. L’andamento del cambio è stato l’ennesimo pretesto per il presidente Trump per accusare Pechino di aver dichiarato una guerra valutaria e successivamente aggredire verbalmente la Fed, colpevole a suo dire di non mettere in atto una politica monetaria espansiva, da usare come antidoto contro la presunta manipolazione valutaria cinese.

Ma cosa s’intende per guerra valutaria?
È quando un Paese decide di sfidare il “trilemma” della politica economica: con mercati finanziari globali e integrati, una nazione non può godere allo stesso tempo di autonomia della politica monetaria, controllo dei tassi di cambio e completa apertura ai movimenti dei capitali. Ogni scelta nel senso di un maggior attivismo in una delle tre politiche – per esempio influenzare il tasso di cambio – implica minori gradi di libertà almeno in una delle rimanenti due.

Ma una guerra valutaria conviene?
In generale no, perché in termini squisitamente economici sono molto rischiose, in quanto tendono a produrre vittorie di Pirro. Per almeno due ordini di ragioni.

1 Oggigiorno l’efficacia stessa di una politica valutaria è tutta da dimostrare. I movimenti di breve periodo dei prezzi finanziari, incluse le monete, dicono sempre meno. Sperare in effetti automatici e immediati del cambio sull’economia reale è sempre più un concetto sfuggente. L’economia reale è fatta da catene di creazione del valore, reali e finanziarie; tanto più la catena è internazionale, tanto più gli effetti di variazione nel valore relativo tra valute sono tutt’altro che scontati.

2 Sfidare il “trilemma” implica dei rischi: una guerra valutaria può significare una limitazione ai movimenti di capitale oppure avere una politica monetaria che si occupa esclusivamente di orientare il tasso di cambio.

Sono due lussi che gli Usa non possono permettersi. Le ragioni sono tante, ma va ricordato almeno il ruolo del dollaro come moneta internazionale. E allora la domanda diventa: ma agli Stati Uniti conviene che il dollaro mantenga questo suo ruolo?

In linea generale
Per un Paese emettere una moneta di riserva può avere tre ordini di vantaggi. Ci può essere un vantaggio commerciale in senso stretto, in quanto i beni e servizi prodotti dalle imprese di quel Paese – incluse le banche – possono trarre benefici in termini di penetrazione nei mercati esteri. Poi c’è il vantaggio monetario rappresentato dal cosiddetto signoraggio: più una moneta è usata, più lo Stato che la emette ha introiti netti che nascono dal fatto che di norma il valore dei beni che si possono acquistare con la moneta emessa è di molto maggiore dei costi della produzione di detta moneta. Infine – e forse soprattutto – ci sono i vantaggi politici che l’emissione di una moneta di riserva conferisce, in termini di status di potenza mondiale.

Dal 1971 il dollaro ha cessato di essere l’unica valuta che ancora assicurava la sua convertibilità con l’oro, ma questo non gli ha impedito di accrescere e consolidare il suo ruolo di moneta preferita negli scambi internazionali, reali e finanziari. In parallelo la Cina ha iniziato dal 2005 una lunga marcia che punta a far divenire il renminbi una moneta internazionale.

Emettere una moneta internazionale è però incompatibile con una guerra valutaria, in una fase in cui il combattimento implicherebbe svalutazioni ed espansioni monetarie. Una moneta internazionale per essere tale deve avere due proprietà tra loro intrecciate. Da un lato deve minimizzare il rischio di illiquidità, cioè il rischio che non venga accettata per chiudere uno scambio. In parallelo deve minimizzare il rischio di svalutazione, cioè il rischio che il suo potere di acquisto sia incerto.

Quindi non è credibile che chi emette una moneta di riserva possa essere impegnato in una guerra valutaria, che è conflitto lungo, rischioso, e dunque costoso. Resta però il fatto che una minaccia che è economicamente non sostenibile possa essere politicamente fattibile. La politica degli annunzi di Trump ha un unico obiettivo: spingere la Fed ad avviare una politica monetaria espansiva nell’anno che precede le elezioni presidenziali. Un condizionamento che ha già prodotto i primi risultati. Altro che Cina.

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