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Guerre commerciali, i mercati temono l’escalation: cadono Wall Street e petrolio, vola l’oro

Sui listini azionari alla fine è prevalso il pessimismo, con gli indici principali in ribasso di quasi il 2% a Wall Street e le borse europee – che avevano cominciato in rialzo – anch’esse tutte in negativo a fine seduta (Milano, maglia nera, ha perso l’1,65%)

di Sissi Bellomo


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(Fotolia)

2' di lettura

L’escalation sui dazi, l’apprensione sulle prossime mosse della Federal Reserve (con il corollario del crescente timore di guerre valutarie con la Cina) e i tweet sempre più scatenati ed aggressivi di Donald Trump. Per i mercati finanziari è stata una giornata frenetica, segnata da un’alta volatilità, che ha provocato repentini cambi di direzione.

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Sui listini azionari alla fine è prevalso il pessimismo, con gli indici principali in ribasso di quasi il 2% a Wall Street e le borse europee – che avevano cominciato in rialzo – anch’esse tutte in negativo a fine seduta (Milano, maglia nera, ha perso l’1,65%).

A dare il colpo decisivo, dopo l’annuncio di nuovi dazi cinesi contro merci americane per 75 miliardi di dollari, sono state le sfuriate di Trump, che ha preso di mira non solo la Repubblica popolare ma anche il presidente della Fed Jerome Powell.

Contro Pechino l’inquilino della Casa Bianca ha promesso ulteriori ritorsioni a breve e «ordinato» alle imprese Usa di «cercare alternative» al Paese asiatico. Quanto a Powell, si è spinto oltre le ormai consuete accuse di inerzia e incapacità, chiedendosi se per gli Usa non rappresenti «un nemico più grande» del presidente cinese Xi Jinping.

Eppure da Jackson Hole, dove partecipava al simposio dei banchieri centrali, proprio Powell era riuscito a trasmettere un messaggio positivo ai mercat i, rassicurandoli – sia pure con parole piuttosto vaghe – sulla disponibilità a proseguire il taglio dei tassi di interesse: la Fed continuerà ad agire «in modo appropriato» per sostenere l’econonomia, ha affermato, mettendo però in evidenza che le guerre commerciali costituiscono «una sfida nuova» per le autorità monetarie.

Il dollaro ha fatto marcia indietro, dopo essersi spinto nelle ore precedenti a un massimo da tre settimane sull’euro e da una settimana sullo yen (la divisa europea era scesa a quota 1,1052 $).

Anche il rendimento dei titoli di Stato Usa è tornato a calare, all’1,57% nel caso del decennale. Lo spread tra i BTp italiani e i Bund tedeschi, poco influenzato dalle guerre commerciali, è rimasto pressoché stabile a 199 punti.

L’oro – come prevedibile, anche in virtù del suo ruolo di bene rifugio – ha ripreso il volo: le quotazioni, in rialzo di quasi il 2%, si sono spinte fino a 1.527,93 dollari l’oncia, non lontano dal recente record da sei anni (1.534,30 $).

Giornata nera invece per il petrolio, che ha perso oltre il 3% nel caso del Wti, ripiegando sotto 54 dollari al barile. La Cina ha incluso per la prima volta anche il greggio «made in Usa» nella lista delle merci colpite da dazi, ma aveva già ridotto drasticamente gli acquisti, per cui il ribasso è da attribuire soprattutto all’accentuarsi del timore di recessione globale, lo stesso che ha affondato il rame ai minimi da giugno 2017 (5.624,50 $/tonnellata).

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