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Guidati dalla Stella di David

Alla scoperta degli edifici di culto ebraici in Italia, da Ostia (il più antico dell’Europa occidentale) a Roma, Milano, Napoli e Palermo

di Maria Luisa Colledani

Gabriele Bella. «Il Doge di Venezia in visita alla chiesa di San Zaccaria nel giorno di Pasqua», Venezia, Fondazione Querini Stampalia (Getty Images)

3' di lettura

Un giorno, a Parigi, Napoleone costeggia una sinagoga ed è colpito dalla grande partecipazione con cui i credenti pregano. Gli spiegano che il 9 di Av, giorno di lutto e digiuno per il popolo ebraico, ricorda la distruzione di Gerusalemme e del Secondo Tempio per mano dell’imperatore Tito. «Un popolo che piange il suo Tempio da 1.700 anni merita che sia ricostruito», sentenzia il padrone del mondo di allora. Da secoli gli ebrei, carichi di fede e riti, hanno nella dimora della Torah la loro casa, la «casa dell’assemblea». Le mappe del mondo sono punteggiare da Stelle di David che indicano le sinagoghe: per quelle italiane c’è un catalogo scritto da Adam Smulevich, giornalista nella redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

La svolta dopo il 1848

La più antica sinagoga dell’Europa occidentale si trova in Italia, a Ostia antica: fu costruita nel I secolo a.C. e rinnovata nel IV d.C. Alla stessa epoca appartiene quella di Bova Marina, in Calabria. Il periplo, attraverso più di 40 città, è geografico e storico: i templi raccontano la presenza degli ebrei in Italia, con i loro valori e le loro tradizioni, e gli artisti coinvolti. Sempre più numerosi dopo il 1848, quando fu promulgato lo Statuto Albertino che concesse agli ebrei (e ai valdesi) dignità di culto e cittadinanza.

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Si parte da Trieste, con le sue vie affollate di genti e culture e una delle più grandi sinagoghe d’Europa. Una delle più felici intuizioni dell’imperatore Giuseppe II fu quella di affrancare i cittadini ebrei suoi sudditi da restrizioni che persistevano nonostante i benefici del porto franco dichiarato dagli Asburgo nel 1719. Si arriva poi a Venezia, dove la Serenissima decise di isolare gli ebrei nel 1516 in quel ghetto che poi avrebbe conquistato i vocabolari e il mondo. Oggi, in città restano cinque sinagoghe (si arrivò a nove): la Scola Grande Tedesca, la Scola Canton, la Scola Italiana, quella Levantina e quella Spagnola a sottolineare la simbiosi fra la città e il «popolo del Libro». Prima di lasciare la Laguna, meglio arrivare al Lido, dove il cimitero, il Bet ha Chayyim, cioè la «casa della vita», aperto dal 1386, ha spazi di vera suggestione. Altra città del Nord-Est dove la presenza ebraica è palpabile è Merano: Franz Kafka vi scrisse le sue Lettere a Milena, Stefan Zweig riteneva che pochi posti fossero così incantevoli e stimolanti.

La multiculturalità di Milano

Andando verso Ovest, Torino, Casale, Vercelli, Alessandria, Mondovì, Asti e Biella raccontano storie secolari: Biella, in particolare, nella cui sinagoga è conservato il più antico rotolo in uso di tutta la Diaspora. La sinagoga di Milano è un inno alla multiculturalità: il legno dei sedili è di provenienza balcanica, israeliana la manovalanza che li ha creati; le vetrate sono opera di un artista newyorchese; il pavimento è in marmo rosso di Trani e in marmo perlato di Sicilia. E nel Tempio si può ammirare un oratorio di rito sefardita-orientale con gli arredi di una sinagoga scomparsa di Sermide (Mantova).

L’apertura di Ferrara e Livorno

Ricca la storia a Ferrara: «Noi siamo molto contenti che gli ebrei vengano ad abitare qua con le loro famiglie, perché sempre saranno ben visti e trattati in tutte le cose che potremo e ogni die più se ne conteranno di essere venuti a Casa nostra». Così scriveva nel 1492 Ercole I d’Este rivolgendosi agli ebrei in fuga. A braccia aperte anche Livorno, dove le Leggi Livornine, emanate nel 1593 dal granduca Ferdinando I de’ Medici, sono un raro caso di illuminismo cinquecentesco. Per questo Livorno (e Pisa) poterono dirsi «città senza ghetto».

«Aron» italiani in Israele

Le sinagoghe raccontate scorrono una dopo l’altra, non resta che farsi un nodo al fazzoletto per le prossime uscite. E il pregio del libro, da Roma a Napoli, da Trani a Palermo, è quello di filare la storia con la cultura e l’arte. Come quella degli arredi delle sinagoghe cadute in disuso. Ricorda Smulevich che «grazie all’attivismo di un dirigente sionista, l’ebreo livornese Umberto Nahon, molti storici aron trovarono nel dopoguerra la strada del neonato Stato di Israele». Così, gli arredi di Conegliano Veneto sono in uno spazio di Gerusalemme dove pregano gli italiani di Israele; al Museo d’Israele si possono ammirare gli arredi della sinagoga che c’era a Vittorio Veneto. Un altro aron portato in Israele è quello di San Daniele del Friuli perché il Talmud insegna che «giorno verrà che le case di preghiera e studio della Dispora saranno trasferite in Eretz Israel».

Sinagoghe italiane raccontate e illustrate, Adam Smulevich, Illustrazioni di Pierfranco Fabris, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, pagg. 334, € 15

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