la presentazione del libro

Gullit a Radio 24: «La Coppa più bella? Aver cresciuto mio figlio da solo!»

di Dario Ricci


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Ruud Gullit presenta il suo libro, «Non guardare la palla» (Foto Lapresse - Omar Abd el Naser)

3' di lettura

«La Coppa più bella che ho vinto? L'aver cresciuto mio figlio da solo! Una partita che non finisce mai, ma anche una vittoria senza uguali…». Le treccine e i baffi («Quelli proprio non mi piacevano! Anzi quando li ho tagliati io, subito dopo l'ha fatto pure Rijkaard!») sono ormai solo un ricordo, così come le sgroppate sulla fascia, le incornate di testa, le bordate dal limite dell'area.

Ma Ruud Gullit oggi, a 54 anni, è tanto di più e di diverso da una semplice, seppure immensa, “vecchia gloria” del calcio che fu. Ride, scherza, si diverte di gusto, approfondisce la sua visione del calcio, dello sport, della vita, chiacchierando per oltre 40 minuti con Carlo Genta, Pierluigi Pardo e tutta la banda di “Tutti Convocati”, negli studi di Radio24.

L'occasione è il libro che “Il tulipano nero” ha appena pubblicato ( Non guardare la palla - editore Piemme), ma la sensazione è che Ruud si diverta davvero, e che a chiacchierare davanti al microfono ci starebbe anche senza il pur prezioso volume tra le mani.

Tornare a fare l'allenatore? Perché no? Ho rinunciato a molto perché ho scelto di fare il mestiere più difficile al mondo, quello del genitore. Ma ora sono pronto

«Non è un libro di ricordi, ma un libro sul calcio, sul mio modo di vedere il football – chiarisce l'uomo che sollevando al cielo il Pallone d'oro , lo dedicò a Nelson Mandela - . Gli aneddoti sulle mie fughe dal ritiro di Milanello? Non ci sono, perché quelle fughe non ci sono mai state. Scappare da lì era impossibile. Ma è vero che dopo un po' di giorni di ritiro, chiesi a Sacchi se potevamo andare al cinema una sera: perché Milanello è bello, per carità ma insomma, ci siamo capiti…».

Doveva essere un'intervista a più voci: Ruud al centro, infilzato da un fuoco concentrico di domande. Ma come era imprendibile quando s'involava verso la porta avversaria, così Ruud semina i compagni di… merenda (in senso letterale, vista l'ora e l'ottima torta confezionata dalla moglie di Pierluigi Pardo che il conduttore porta in studio, scatenando gli istinti famelici dei più…): e allora più che il parere di un campione, ecco che emerge la filosofia di vita di un uomo, che pure non dimentica ciò che è stato, e ciò che è: «Sono felice di essere così amato, anche qui in Italia, così come sono felice della gioia che da calciatore sono riuscito a regalare a tante persone (molte delle quali inondano centralino e whatsapp di messaggi per il loro idolo). È una gioia che ancora oggi mi sento, e mi anima».

Ma poi eccolo lì, il prato verde, il pallone, il calcio, quello sport che Ruud, Marco Van Basten e il Milan dei Fenomeni hanno cambiato per sempre. Eccolo che ritorna, riemerge, riaffiora dietro ogni sorriso, ogni battuta, ogni sguardo: «Quel Milan è stato grande perché avevamo quattro campioni in difesa, Maldini, Baresi, Costacurta e Tassotti…».

Ma ecco poi lo squillo della quinta colonna di quella difesa: «Pronto Ruud? Sono Filippo Galli….», e giù ancora risate, ricordi e scherzi con l'ex compagno di tante battaglie («era l'unico con cui riuscivo a parlare in inglese!», spiega Ruud divertito).

E il calcio di oggi, che reclama le sue opinioni: «Conte vincerà la Premier? Lo spero, penso ne abbia le qualità, ed è stato bravo a fare grande il Chelsea senza grandi stelle, e impostando un gioco molto accorto, quasi difensivo…Il fallimento di de Boer all'Inter? Gli hanno chiesto di giocare come l'Ajax, ma non gli hanno dato il tempo….Il più grande tra Messi e Maradona? Ogni epoca ha il suo campione, ma io mi ricordo bene i tackle che subiva Diego; oggi a tutelare Messi ci sono molte più telecamere…».

Insomma alla fine, mentre la voglia di addentare la torta al cioccolato si mescola a risate e riflessioni, ritorna il Gullit calciatore, che come ogni stella rimane indissolubilmente legato al profumo inebriante di quel prato, all'opaca infarinatura che lascia sulle gambe ogni scivolata su ogni riga di gesso. «Tornare a fare l'allenatore? Perché no? Ho rinunciato a molto perché ho scelto di fare il mestiere più difficile al mondo, quello del genitore. Ma ora sono pronto, e davvero mi piacerebbe. Quale sarebbe il mio primo suggerimento ai miei giocatori? Sempre la stessa, ovvio: “Non guardare la palla”…»

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