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Guzzetti: «Quando il sindaco di Siena non dette l'ok a Intesa-Mps»

di Marco Ferrando e Alessandro Graziani


(IMAGOECONOMICA)

5' di lettura

«L’autonomia delle Fondazioni non si tocca, lo dice la Corte Costituzionale. Ed è la premessa per fare quello che devono: innovare, stimolare la politica, sostenerla con finanza paziente, mettere insieme voci e bisogni. Intesa? Tutto è partito dalla scelta di vendere Cariplo a Ambroveneto, che offrì molto più della Comit. Cuccia non c’entra nulla. L’artefice è stato Bazoli che offriva un futuro industriale alla Cariplo banca e un patrimonio alla Fondazione che è diventato il suo potente motore per la missione filantropica. Ora un ruolo fondamentale è nelle mani di Messina, che ha già dimostrato di essere un grande banchiere, lo dicono anche i riconoscimenti internazionali». Martedì Giuseppe Guzzetti lascerà fondazione Cariplo, e con Il Sole 24 Ore ripercorre una storia lunga 22 anni. Dove il fine, 30mila progetti sostenuti con 3 miliardi di investimenti, si intreccia con il mezzo: le grandi partite finanziarie che hanno consentito di costruire un patrimonio da 7,3 miliardi e, intanto, la prima banca italiana.

Avvocato, nella sua gestione ultraventennale in Fondazione Cariplo, molti eventi e molte iniziative si sono succedute: di cosa va più orgoglioso?

Ho voluto bene a tutti i progetti. Quello di cui sono più orgoglioso è il rapporto con le istituzioni, Regione Lombardia e Comune di Milano su tutti. In questi 22 anni in questo grande capoluogo si sono succeduti sindaci di appartenenze politiche diverse: da Formentini ad Albertini e Moratti, da Pisapia a Sala. Con tutti loro abbiamo sempre avuto un rapporto corretto e trasparente. E da parte mia, che provengo dall’esperienza dell’autonomia e delle regioni, c’è sempre stato il massimo rispetto di tutti.

Cariplo è stata apripista, e Lei da presidente Acri ha contribuito a unamaturazione tuttora in corso: quale è il ruolo delle fondazioni oggi?

Devono essere capaci di innovare, dialogare con le istituzioni, arrivare là dove lo stato sociale non riesce. E di mettere insieme: voci, bisogni e risorse del territorio.

Possono sostituirsi alla politica?

No, devono stimolarla, forti di un patrimonio ricevuto in dote che va reinvestito secondo canoni diversi dalla finanza di mercato. È quanto abbiamo fatto con l’housing sociale, inventato qui in Cariplo. O con il progetto Ager, o con l’investimento in Bonifiche Ferraresi, due interventi nell’agroalimentare: sostegno alla ricerca in grado di creare sviluppo, a vantaggio di tutti.

Le fondazioni sono al centro di grandi appetiti: la preoccupa?

La sentenza numero 300 della Corte Costituzionale ha chiarito una volta per tutte la natura privata delle fondazioni, che il legislatore ordinario non può più mettere in discussione. E ha ribadito che compito è attuare la sussidiarietà sostenendo il terzo settore.

Che è a sua volta sotto attacco.

Questo sì che mi preoccupa: il terzo settore è una forza della democrazia, e gli attacchi spesso sono premeditati.

Torniamo alla Fondazione. Il patrimonio è in buona parte dovuto alle scelte compiute in ambito finanziario: prima Cariplo, poi Intesa e infine Intesa Sanpaolo dal ’97 a oggi hanno versato più di un miliardo e mezzo di dividendi. Si sente un banchiere?

C’è ancora qualcuno che si ostina a considerarmi tale, ma non lo sono. Da sempre occupo di filantropia e di economia sociale, fin da quando facevo politica. Ho solo cercato di capire come funzionano queste cose per gestirle al meglio nell’interesse delle comunità.

Come quando decide di vendere Cariplo all’Ambroveneto: contarono all’epoca le distinzioni tra banche “laiche” e “cattoliche”?

Ancora con la favola che scelsi l’AmbroVeneto perché andavo a Messa con Bazoli? La verità è che Cariplo all’epoca guadagnava miliardi di lire ed era quasi monopolista in Lombardia. Ma la concorrenza iniziava a farsi sentire e la mia unica preoccupazione era di dare un futuro alla banca. Serviva un partner che avesse una cultura simile a quella di Cariplo. L’offerta dell’Ambrosiano era imparagonabile a quella della Comit, come ci confermava il nostro advisor Goldman Sachs nella persona di Massimo Tononi (attuale presidente della Cdp su indicazione delle Fondazioni, ndr).

In gara per Cariplo c’era anche Comit, sponsorizzata da Mediobanca. Che rapporti aveva con Cuccia?

Non ho mai incontrato Cuccia in vita mia. Tranne una volta, in pubblico, alla Biblioteca Ambrosiana dove Cuccia era insieme a Vincenzo Maranghi, per un’iniziativa culturale.

Si disse che il pesce piccolo mangiò quello grande. Fu così?

È vero, ma ci diede un sacco di soldi. Tenete conto che l’offerta di AmbroVeneto era tutta in contanti, mentre Comit insisteva con un’offerta in parte cash e poi un bel pacco di azioni, con una clausola che poteva, dopo aver venduto, bloccare il pagamento se l’acquirente avesse sollevato contestazioni. Ricordo che all’allora amministratore delegato di Comit Luigi Fausti dissi: “Io sono solo un avvocato di campagna, ma non c'è storia”. E vendemmo all’AmbroVeneto, reinvestendo una quota come da accordi. Facendo il bene della banca e della Fondazione.

L’altro grande salto fu la fusione di Intesa con il Sanpaolo-Imi. All’epoca si era parlato di possibile nozze tra Intesa e Capitalia o tra Intesa e UniCredit. Come andò veramente?

Con Capitalia e UniCredit non ci fu mai nessuna vera trattativa, non era vero niente. Ci fu piuttosto un negoziato serrato per acquistare Mps. Anzi, oggi posso dirvi che era praticamente tutto definito ma mancava il via libera del Sindaco di Siena, Maurizio Cenni. Era periodo di elezioni, e da Siena non arrivò l’ok.

Intanto si creò l’opportunità del Sanpaolo. Merito di chi?

L’operazione Intesa Sanpaolo si deve a due persone: Giovanni Bazoli ed Enrico Salza. Quest’ultimo a Torino aveva praticamente tutti contro, ma tenne duro e con lungimiranza da vero banchiere creò le condizioni per costruire una grande banca. Fu decisivo l’incontro che Bazoli e Salza ebbero con Alfonso Desiata, all’epoca malato e poi scomparso. L’ex presidente di Alleanza era un loro grande amico e più volte aveva sollecitato l’operazione.

Corrado Passera è stato a lungo ceo. Poi lasciò per il Governo e fu sostituito per breve tempo da Enrico Cucchiani. Infine la scelta di Carlo Messina. Come fu selezionato?

Bazoli venne in Fondazione e mi disse: il nuovo ad lo abbiamo già in casa, è Carlo Messina. Io non lo conoscevo bene. Lo incontrai, spiegò il suo programma a me e in incontri separati ai presidenti delle altre Fondazioni azioniste. Ci conquistò con due proposte: un piano industriale entro sei mesi e 10 miliardi di esubero sul patrimonio che sarebbero stati restituiti agli azionisti. Promessa puntualmente mantenuta. Questo è Messina.

Lo avete appena rinnovato.

Il futuro della banca è nelle sue mani. Apprezzo molto lui e alcune doti. Per esempio conosce la banca come nessun altro, si è circondato di una squadra di altissimo profilo. Basta vedere che cosa ha costruito sull’economia circolare: la banca è avanti di 10 anni su tutti, è una banca già nel futuro.

In tanti anni ai vertici di Fondazione Cariplo e dell’Acri non sono mancati i “duelli”. Pensiamo a quelli con l’allora ministro Giulio Tremonti. È stato lui l’avversario più temibile?

Fino alle sentenze della Corte Costituzionale che decisero la natura privata delle Fondazioni, con Tremonti siamo stati su sponde diverse. Dopo i rapporti sono stati sempre all’insegna della massima correttezza e trasparenza. È uomo di intelligenza non comune. E quando decise di lanciare la nuova Cdp, chiamò le Fondazioni. Non ci fu nessuno scambio. D’altra parte la collaborazione con il Mef è sempre stata totale e ho sempre avuto grande stima, tra gli altri, per Vittorio Grilli che era direttore generale del Tesoro con Tremonti ministro.

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