Startup

Ha ancora senso investire in startup?

di Luca Tremolada


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(Fotolia)

1' di lettura

È una questione di prospettiva. È sempre una questione di prospettive. Quando sono nate giuridicamente le startup sul mercato e nell’ordinamento italiano ne hanno dette di tutti i colori. Prima che erano troppo poche, poi troppo alla moda, poi viziate, senza radici con il mito di Mark Zuckerberg e le velleità di chi vuole essere diverso a tutti i costi. Come Alberto Sordi quando recitava seduto a tavola «Maccarone m’hai provocato? E io ti distruggo». Vero è che sono state raccontate a lungo come fossero un fenomeno di marketing, con quel senso di superiorità di chi si diverte a osservare i ragazzini che giocano a fare i grandi. Se però guardiamo i numeri, lo storytelling cambia. Per essere piccole sono ancora piccole. Il fatturato medio per startup innovativa è pari a 208mila euro. Quanto guadagna da solo un professionista affermato. C’è chi sostiene che sono zombie, si accontentano di vivacchiare, non spiccano mai il balzo come molte delle nostre Pmi. Un peccato antico. Non siamo la Francia che ha deciso di investire massivamente in startup. Non siamo neppure attraenti come Londra o Berlino.

Eppure, nonostante la bassissima capitalizzazione del nostro Paese le ex startup innovative (ora scaleup) che hanno superato la soglia dei cinque milioni di euro di fatturato annuo sono più di una trentina. Esistono i casi virtuosi di Satispay o Moneyfarm.

Esiste un dato incontrovertibile: cinque anni e due mesi fa le startup non esistevano. Oggi sono un ecosistema vero.

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