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«Hammamet» non spiega Craxi

Gianni Amelio racconta gli ultimi anni del segretario del Psi dal suo rifugio tunisino ma non inquadra la politica di lottizzazione dell’epoca

di Cristina Battocletti


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3' di lettura

Ha fatto bene Gianni Amelio a intitolare il suo film Hammamet, dal 9 gennaio al cinema, senza menzionare Bettino Craxi, nonostante la pellicola sia chiaramente ispirata allo statista ed esca in concomitanza del ventennale della morte del segretario del Partito Socialista italiano dal 1976 al 1993, avvenuta il 19 gennaio del 2000 nella sua residenza in Tunisia.

Ha fatto bene perché della politica di cui Craxi è stato protagonista in quegli anni, in cui è stato anche Presidente del Consiglio (dall’ 1983 al 1987), si capisce poco. Come nulla si intende del fenomeno di Mani Pulite, sotto il cui cappello si raggruppano le inchieste giudiziarie che rivelarono un sistema di tangenti che coinvolgeva politica e imprenditoria, per fuggire alle cui condanne Craxi si trovava confinato ad Hammamet.

Amelio ha dichiarato di non aver voluto girare un film “su Craxi, anche se è lui il motore del racconto” e di essersi voluto concentrare di più “sull’uomo che sul politico”. Il regista ha palesemente privilegiato il rapporto padre-figlia, che si chiama Anita (Livia Rossi), come la figlia di Garibaldi, personaggio storico sempre in filigrana, come pietra di paragone storico, ma anche come giocosa presenza nei dialoghi con il nipote.

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Amelio racconta criticamente Craxi nella sua veste di politico solo nell’incipit del film, quando gli fa assumere toni mussoliniani durante un congresso plebiscitario del partito e quando usa cinismo e disprezzo nei confronti di chi (Giuseppe Cederna) lo mette in guardia su possibili conseguenze di condotte fraudolente tra i militanti.

Amelio si concentra sulla pietas verso un uomo malato, abbandonato da (quasi)  tutti, cosa che gli riesce bene visto la mano felice che ha dimostrato in film indimenticabili come Il ladro di bambini (1992) e il poco capito Primo uomo (2011) sul pied noir Albert Camus. E nel caso di Hammamet gli riesce anche grazie all’eccezionale immedesimazione di Pierfrancesco Favino, che è così credibile da far pensare agli spettatori che ci sia un Craxi redivivo a recitare il ruolo di se stesso.

Ma come può Amelio dire di voler “allontanare l’idea di aver fatto un film politico, e men che meno militante” quando la figura descritta è quella di Craxi, protagonista di una stagione storica ancora così poco passata da provocare dibattiti furiosi? In Italia poi, dove i termini di paragone di ogni cosa è il fascismo e la guerra, finita più di settant’anni fa?

Non si può parlare di Craxi se non si chiarisce che è stato al centro di un potere politico con un’ottica di lottizzazione, in cui il partito socialista certo non era il solo agente, ma era una pedina di peso.

Amelio non si può parare dietro al fatto di aver usato due formati sullo schermo, il 16:9 e il 4:3, perché fosse chiaro che la sua era una rappresentazione e di aver avuto cura che quasi tutte le prese di posizione del Presidente fossero portate allo spettatore tramite l’obiettivo di una telecamera, “quasi virgolettate”.

Un film anche personale su Craxi, non può prescindere dalla spiegazione del perché il segretario del Psi abbia ricevuto due condanne a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI nel 1996, e a 4 anni e 6 mesi per il finanziamento illecito ai partiti per le tangenti della Metropolitana Milanese nel 1999. Certo, nel film è lui stesso a dichiararle, ma non si capisce come ci si sia arrivati, sembra quasi una macchinazione astrusa.

Hammamet spiega l’intelligenza politica di Craxi, racconta come sotto il suo governo l’Italia sia diventata la quinta potenza mondiale, ma non chiarisce che il giro d’affari della corruzione era da capogiro, valutato dall’economista Mario Deaglio attorno ai 10mila miliardi di lire all’anno, con un indebitamento pubblico tra i 150mila e i 250mila miliardi di lire e interessi annui sul debito quantificabili tra i 15e i 25mila miliardi. Senza contare che le conseguenze degli accordi fra imprese e politica azzerarono la libera concorrenza sul mercato, dilatando i costi delle opere pubbliche.

È per questo che Amelio non può non risultare militante visto che il giudizio su Tangentopoli, condivisibile o meno, viene solo dalla bocca del suo protagonista.

Il regista poi non spiega perché Craxi si trovi ad Hammamet. Non si può ricordare il segretario del Psi per le sue mosse in politica estera, solo come l’eroe di Sigonella, che ha mostrato i muscoli all’America. Non si possono spiegare i buoni rapporti con il mondo arabo con gesti caritatevoli e nascosti per la povera gente, senza sottolineare il legame con il dittatore Gheddafi.

Se Amelio voleva fare un film apolitico, sul soggetto padre-figlia o sul fine vita di un grande personaggio, con finestre oniriche, quasi felliniane, poteva forse concentrarsi su un altro soggetto.

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