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Hanoi contro YouTube: «Stop alla pubblicità»

di Gianluca Di Donfrancesco

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3' di lettura

Il Governo del Vietnam mette sotto assedio YouTube, Facebook & Co per bloccare il dissenso. O, secondo la versione del regime, per contrastare le fake news. Da circa un mese, le autorità hanno adottato una nuova tattica per limitare la libertà di parola sui social media e giovedì hanno impresso un’ulteriore stretta, chiedendo a tutte le aziende che operano nel Paese di smettere di comprare spazi pubblicitari su questi siti, finché non metteranno al bando i contenuti giudicati offensivi.

Gran parte di questa «propaganda anti-governativa», come la definisce il regime del Patito comunista, viene postata da dissidenti che vivono all’estero e che si muovono fuori dalla portata della censura nazionale. «Chiediamo a tutte le aziende vietnamite che fanno pubblicità di non rendersi complici» di chi guadagna facendo disinformazione sul Paese, ha affermato il ministro per l’Informazione e la comunicazione, Truong Minh Tuan. «Chiediamo - ha aggiunto - agli utenti di internet di fare sentire la propria voce a Google e Facebook affinché evitino la diffusione online di contenuti tossici, falsi e contrari alle leggi».

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La pressione delle autorità, che però non si spinge fino a chiudere Facebook e gli altri social media, ha messo nel mirino anche giganti come Samsung (che in Vietnam ha ormai il suo più importante centro produttivo e che da solo rappresenta il 23% di tutto l’export del Paese), Unilever, Procter&Gamble e ha già convinto alcuni importanti gruppi a sospendere la pubblicità su YouTube. L’accusa è quella di avere messaggi pubblicitari collegati ai contenuti «illegali». Vinamilk, la più grande società quotata, e la compagnia aerea Vietnam arilines - entrambe controllate dallo Stato - hanno risposto all’appello e hanno sospeso le inserzioni su YouTube.

A febbraio, il ministero per l’Informazione e la comunicazione ha identificato una serie di video pubblicati su YouTube all’interno dei quali compaiono - si sostiene - falsificazioni di fatti storici, incitazione all’odio e contenuti pornografici. Il Governo sostiene che finora Google ha rimosso solo alcuni di questi video. La scorsa settimana, il ministero si è spinto fino a minacciare di multare le società le cui pubblicità compaiono associate a contenuti «tossici». Tuttavia, il processo che mette insieme video e inserzioni è regolato da meccanismi di marketing e non è controllabile da chi acquista gli spazi pubblicitari.

Il Vietnam somiglia per molti versi al sistema politico-economico cinese: il suo Partito comunista ha aperto l’economia ai principi di mercato, senza cedere di un millimetro la presa sul Paese. Il severo controllo sulla stampa non ha tuttavia impedito, anche e soprattutto grazie a internet, la crescita di consapevolezza dell’opinione pubblica. Oggi, un vietnamita su tre ha accesso alla rete, rispetto a uno su 33 di dieci anni fa. E su internet si moltiplicano i blog e la pagine Facebook che intervengono sui temi più disparati, con toni spesso molto critici nei confronti dell’establishment.

Molti bloggers pagano questa nuova libertà con lunghi periodi di detenzione. Hanoi, con il Decreto 72 varato nel 2013, si è da tempo attirata le critiche dei Paesi occidentali e delle organizzazioni internazionali per la censura sull’informazione online. Tuttavia, quando un blogger o uno scrittore viene “silenziato”, il risultato è spesso un’alzata di scudi in suo favore e la proliferazione del dissenso sul web. Un caso eclatante è quello di Nguyen Van Hai, un giornalista indipendente, sostenitore dei diritti civili, a partire dal 2008 più volte condannato al carcere per i suoi scritti (l’ultima condanna, a 12 anni di reclusione, risale al 2012). Grazie anche all’attenzione delle organizzazioni internazionali, Han è stato poi rilasciato - in esilio negli Stati Uniti - nell’ottobre 2014.

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