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Hazanavicius racconta male Godard

di Andrea Chimento


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Una scena dal film «Le redoutable»

2' di lettura

«Le redoutable» divide il Festival di Cannes: come si poteva prevedere, il film di Michel Hazanavicius su Jean-Luc Godard è stato accolto in maniera discordante sulla Croisette e continuerà a far discutere anche nei prossimi giorni.
Il film si concentra sul rapporto tra Godard e la moglie Anne Wiazemsky, di diciassette anni più giovane, e su un periodo di grande trasformazione nella carriera del cineasta: sono gli anni del '68, quelli in cui Godard rinnega il suo cinema precedente in favore di una nuova forma d'arte in grado di contribuire attivamente alle rivoluzioni in atto.

Quello di Hazanavicius non è un biopic tradizionale, ma un film su Godard girato seguendo lo stile dello stesso Godard: le soluzioni visive ed espressive riprendono infatti quelle adottate nelle opere del grande autore parigino.
Non mancano intuizioni estetiche interessanti e suggestive, ma il tutto risulta troppo furbo e studiato a tavolino e non si sente mai una reale spontaneità nella messinscena che Hazanavicius adotta.

Più che un omaggio, il regista di «The Artist» fa una sorta di sberleffo al maestro della Nouvelle Vague, mostrando più i suoi difetti che i suoi pregi (seppur il suo carisma rimanga comunque intatto), puntando spesso su un registro molto leggero che rende il film scorrevole ma anche poco profondo.
Da segnalare positivamente la prova di Louis Garrel nei panni di Godard, mentre il cast di contorno non risulta all'altezza. Il titolo, «Le redoutable», fa riferimento al nome di un sottomarino francese.

In concorso è stato presentato anche «The Meyerowitz Stories» di Noah Baumbach, secondo lungometraggio della competizione ufficiale prodotto da Netflix dopo «Okja» di Bong Joon-ho.
Diviso in capitoli, il film racconta un periodo nella vita della famiglia Meyerowitz, composta da un padre e dai suoi tre figli avuti da mogli diverse.
Come nei precedenti «Giovani si diventa» e «Mistress America», Baumbach continua a ragionare sui rapporti intergenerazionali, puntando su dialoghi di indubbio impatto e su un'efficace scrittura dei personaggi.

Peccato, però, che in questo caso le sue riflessioni appaiano meno incisive del solito, il copione proceda senza grandi guizzi e anche la conclusione non sia all'altezza del nome dell'autore.
Ci sono sequenze toccanti, ma sono sprazzi isolati all'interno di un lungometraggio troppo altalenante per poter convincere del tutto.
Nel cast ci sono Dustin Hoffman, Adam Sandler e Ben Stiller.

Infine, una menzione per «Fortunata» di Sergio Castellitto con Jasmine Trinca.
L'attrice interpreta una ragazza madre della periferia romana, alle prese con un marito violento e con il sogno di aprire un negozio da parrucchiera. Nonostante le difficoltà, riuscirà a trovare chi saprà apprezzarla veramente.
Troppi cliché e passaggi narrativi scontati per una pellicola che, purtroppo, risulta superficiale e poco appassionante.

Jasmine Trinca s'impegna, ma non basta. Dopo «Sicilian Ghost Story» arriva il secondo passo falso cannense per il cinema italiano, riscattato in questa prima parte del festival dal notevole «A Ciambra» di Jonas Carpignano.

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