DA ROGER DALTREY A STING

Help! Come le rockstar britanniche si sono divise sulla Brexit

di Alberto Magnani


Brexit: abbiamo sbagliato. Da oggi il dietrofront è possibile

5' di lettura

Un aneddoto un po’ abusato vuole che John Lydon, il futuro Johnny Rotten dei Sex Pistols, si aggirasse per la King’s road degli anni ’70 con una t-shirt di sua produzione: I hate Pink Floyd, odio i Pink Floyd. Oltre 40 anni dopo, la rabbia iconoclasta del frontman delle «pistole del sesso» (si chiamavano così per un negozio) ha scelto un bersaglio un po’ più diffuso: l’Europa. Lydon è fra le rockstar, artisti e scrittori britannici che hanno sposato la causa della Brexit, un drappello agguerrito quanto il fronte rivale dei remainer. Fra le tante spaccature prodotte dal referendum del 2016 c’è pure quello dello showbiz d’oltremanica, diviso fra appelli a favore, contro o per nessuna delle due opzioni.

Un coming out politico di massa che ha visto schierarsi su fronti opposti di leave e remain il batterista dei Beatles Ringo Starr e l’ex Police Sting, il frontman degli Who Roger Daltrey e la creatrice di Harry Potter J.K. Rowling. In tanti hanno scelto di distillare il proprio pensiero via social, vetrina inevitabile di sfoghi e qualche gaffe di fronte a milioni di follower. Altri sono entrati nel dettaglio, con tanto di interviste e appelli condivisi. Dopo due anni di flop negoziali, comunque, la scelta manichea fra il sì e il no alla permanenza nella Ue ha lasciato spazio alla preoccupazione. Lo stesso sentimento provato all’epoca da un elettore illustre, Sir Paul Mc Cartney: «Non ho votato, ero troppo confuso». In molti, visti gli sviluppi, avrebbero voluto fare lo stesso.

Le rockstar e la Brexit, questione di nostalgia
Curiosamente, ma non troppo, il fronte del sì alla Brexit attinge anche dal mondo del rock, fra i reduci dei gloriosi anni ’60 e decenni successivi. Il luogo comune vuole che gli ex idoli ribelli o pionieri musicali siano distanti, anche solo esteticamente, dalle ragioni di un voto conservatore. Non è così. In parte perché il mondo del rock non ha sempre guardato a sinistra (basta ricordarsi Johnny Ramone, repubblicano viscerale, il trumpiano Gene Simmons e l’insospettabile Alice Cooper). In parte perché il voto sulla Brexit, oltre a non venire esclusivamente da destra, ha toccato due corde sensibili a un’intera generazione: l’etica un po’ romanzata della working class britannica e, appunto, il rimpianto nostalgico di «come era il Regno Unito» prima dell’ingresso nell’Unione europea. A leggere alcune testimonianze di voto, viene il sospetto che la nostalgia riguardi più il proprio successo che l’assenza di vincoli doganali con la Ue. Il cantante degli Who Roger Daltrey ha spiegato il suo sostegno alla Brexit chiamando in causa - letteralmente - il se stesso degli anni ’60.

«Prima di allora c’erano i tempi più eccitanti di sempre - ha scritto in un’intervista su Mirror - La Britannia danzava. Film, teatro, moda, arte e musica. Eravamo i leader del mondo. Avevi Harold Pinter, i Beatles, John Osborn, Mary Quant, gli Stones, i Queen e... gli Who». Il batterista dei Beatles Ringo Starr si è mantenuto più prosaico: non ha votato ma avrebbe preferito la Brexit «perché è giusto controllare il proprio paese». Il cantante degli Iron Maiden Bruce Dickinson ha articolato la sua scelta con ragioni economiche («Saremo più flessibili») e di ostilità all’establishment europeo («Fa crescere i populismi, guardate cosa è successo a Grecia e Italia»), dicendosi certo che l’uscita dalla Ue «aprirà il Regno Unito al mondo». E poi c’è appunto Johnny Rotten, Johnny «il marcio», passato dagli schiaffi provocatori della fugace esperienza dei Pistols (il vinile di God the save the queen venne censurato perché ritraeva la regina Elisabetta con una spilla da balia nel naso) a un ventaglio di posizioni ben più allineate al sentire comune del popolo. Oltre a votare leave, il cantante ha manifestato il suo apprezzamento per il leader dei nazionalisti Nigel Farage e il presidente Usa Donald Trump. Per il resto, va detto, le file dei Brexiteer celebri non sono così nutrite: la stella dei Monty Python John Cleese («Purtroppo questa Ue non si può riformare») , l’attore Michael Caine, la modella Elizabeth Hurley e parecchie glorie dello sport (incluso l’ex nazionale di calcio Sol Campbell).

Il fronte del remain, da Jagger alla madre di Harry Potter
Sull’altro fronte della barricata, anche la permanenza in Europa ha saputo trovare i suoi testimonial. Una leggenda vivente come Mick Jagger, il frontman dei Rolling Stones, ha dedicato alla Brexit e al declino delle élite politica britannica addirittura due singoli, «England Lost» e «Gotta Get A Grip»: nel primo ironizza sull’ossessione per i migranti e il tira e molla fra Gran Bretagna e Unione europea , nel secondo se la prende con l’establishment parlamentare e i media («Tutte le news sono un fake»). Elton John, remainer della prima ora, è passato dai toni concilianti della campagna prima del voto («Più forti in Europa») all’irritazione contro il pantano diplomatico creato dal referendum: «Non hanno detto la verità alla gente, promettendogli cose ridicole e inaccessibili economicamente» ha detto, guadagnandosi titoli al veleno sui tabloid schierati in blocco contro la Ue. Bob Geldof, deus ex machina del Live Aid (il maxiconcerto di solidarietà per l’Africa del 1985), ha lanciato un appello a Theresa May firmato da stelle del pop di epoca diversa come Ed Sheeran, Rita Ora, Sting, Brian Eno, Damon Albarn. Ideali a parte, il timore è lo stesso denunciato dagli imprenditori tradizionali. La sopravvivenza economica: una Brexit dura e cruda chiuderebbe Londra «in una prigione culturale», con effetti devastanti sull’industria - ancora - miliardaria della musica britannica.

Fra i sottintesi della lettera di Geldof c’è il ritorno alle urne per un secondo referendum, ipotesi che torna a farsi largo di fronte allo stallo negoziale della Brexit. La stessa rivendicazione avanzata da J.K. Rowling, la scrittrice scozzese che ha raggiunto la fama mondiale con la saga di Harry Potter. Rowling, in passato contraria anche al divorzio fra la sua Scozia e Londra, ha sfidato destra e aggressori online sponsorizzando un secondo voto sulla Brexit: «Se volete veramente rispettare il volere del popolo britannico - ha scritto - Sarete felici di avere un secondo referendum per confermare il loro volere». Rowling è in buona compagnia fra gli scrittori britannici. A dire no alla Brexit sono stati, fra gli altri, Salman Rushdie, Julian Barnes, Irvine Welsh (l’autore di Trainspotting) e Ken Follett, la macchina da best seller che non ha mai nascosto le sue simpatie per i laburisti. Oggi vaghi, pure loro, sul futuro del Regno Unito, dentro o fuori dalla Ue. L’attuale segretario Jeremy Corbyn non sostiene l’accordo strappato da May in Europa, mentre il paese si avvicina a un divorzio brusco con la Ue, senza accordi che ammorbidiscano l’addio al Continente. «Non c’è futuro per i sogni degli inglesi», cantava proprio Johnny Rotten in God save the queen, il vinile che nel 1977 fece schizzare i Sex Pistols in cima alle classifiche e alle polemiche nazionali. Magari Rotten pensava a suoi anni d’oro, quando ha votato leav e. Ma quell’Inghilterra è cambiata, forse è cambiato anche lui.

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