guerre commerciali

Hi-tech, escalation Usa contro la Cina. Zte a rischio sopravvivenza

di Andrea Biondi e Gianluca Di Donfrancesco

Dazi e contro dazi: tutte le puntate della guerra commerciale Usa-Cina

3' di lettura

Ricorrere alla legge usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali per bloccare la corsa cinese alla leadership tecnologica. È l’ultima risorsa della Casa Bianca, nella guerra per l’innovazione dichiarata a Pechino. Guerra che sta già facendo vittime illustri. Ieri, la compagnia Zte ha ammesso che il blocco dichiarato ai suoi danni potrebbe costarle il fallimento.

Un gigante in ginocchio

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Durissima la nota di Zte in risposta al divieto Usa alle aziende americane di venderle componenti per 7 anni. L’accusa è di aver disatteso un accordo per chiudere una vicenda legata alla violazione dell’embargo contro Iran e Corea del Nord. La replica della società cinese, che conta 85mila dipendenti e ha chiuso il 2017 con ricavi per 14 miliardi di euro (+7,5%) è arrivata non certo a caldo, visto che il divieto Usa è stato reso noto a inizio settimana.

Non ci sono prove, ma è facile ipotizzare che l’azienda si sia consultata con il Governo prima di rispondere: la società, quotata a Hong Kong e Shenzhen, vede società pubbliche al 51% del suo capitale. Il presidente di Zte, Yin Yimin, in conferenza stampa nel quartier generale di Shenzhen , ha parlato di decisioni Usa che rischiano di portare la compagnia “sotto shock”: «Mi oppongo fermamente alla decisione degli Stati Uniti, mi oppongo fermamente alla sanzione irragionevole, e ancor più all’obbiettivo di politicizzare le questioni commerciali», ha affermato. Secondo una nota ufficiale della società, «il divieto non avrà solo un impatto grave sulla sopravvivenza e lo sviluppo di Zte, ma causerà danni a tutti i suoi partner, tra cui un gran numero di aziende statunitensi». La nota parla di condotta «inaccettabile» da parte degli Usa. La società si è detta determinata «a intraprendere azioni legali per proteggere diritti e interessi dell’azienda». Il titolo dell’azienda è sospeso da martedì.

Dagli ostaggi di Carter alla difesa dell’Ip

Nell’escalation americana, che ha già messo nel mirino 150 miliardi di dollari di esportazioni made in China, il prossimo passo è l’applicazione dell’International Emergency Economic Powers Act per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa. La legge risale al 1977 e fu applicata per primo da Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana di Teheran (1979). Lo Ieepa è stato poi utilizzato per imporre sanzioni contro Stati canaglia e contro terroristi. È, per esempio, il dispositivo normativo alla base delle sanzioni varate contro personalità russe per la crisi in Ucraina e contro il regime di Pyongyang, per fermarne la corsa agli armamenti nucleari.

Lo Ieepa è il Capitolo 35 del Titolo 50 («Guerra e difesa nazionale») del Codice delle leggi Usa. In base allo Ieepa, il presidente può dichiarare uno stato di emergenza in risposta a «una minaccia non comune e straordinaria alla sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti». La minaccia deve provenire, almeno in parte, da una nazione o da soggetti esteri. Può scattare a questo punto l’intervento dello Office of Foreign Assets Control (Ofac) del dipartimento del Tesoro, che può disporre sanzioni ai danni di individui, organizzazioni e società estere. L’ultimo e più eclatante bersaglio dell’Ofac è stato il gigante russo dell’alluminio, Rusal.

L’utilizzo dello Ieepa contro la Cina era stato più volte ipotizzato nelle ultime settimane e si inserisce nel ventaglio di iniziative allo studio della Casa Bianca per fermare lo «scippo» di proprietà intellettuale e segreti industriali Usa. A confermare quella che finora era stata solo una indiscrezione è stato, giovedì, Heath Tarbert, responsabile per i mercati internazionali e le politiche d’investimento, nel dipartimento del Tesoro.

Il ricorso ai poteri emergenziali del presidente si sommerebbe alla salva di dazi minacciati contro la Cina e al potenziamento dell’agenzia che vigila sugli investimenti diretti esteri (Cfius), conferendole il potere di interdire anche gli investimenti in uscita, oltre a quelli in entrata. In un’offensiva a tutto campo contro la Cina, nella quale Trump cerca di arruolare l’Unione Europea, anche con la minaccia dei dazi su acciaio e alluminio, la cui esenzione temporanea scade il 1° maggio.

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