L’INTERVISTA AD Andrea Antinori

Hiv, l’esperto: terapia genica decisiva per la ricerca contro l’Aids

di Rosanna Magnano


Piu' vicino test Hiv su minori anche senza ok parenti

4' di lettura

La scienza ha trovato una nuova traccia per aprire fronti di ricerca probabilmente decisivi nella guerra all'Aids. Dopo un primo caso di remissione dell'Hiv registrato in un paziente di Berlino dieci anni fa in seguito a un trapianto di midollo, i ricercatori dello University college e dell'Imperial college di Londra, guidati dal professor Ravindra Gupta segnalano al mondo un secondo caso: quello di un «paziente londinese» - sieropositivo dal 2003 e dal 2012 in terapia antiretrovirale - con un linfoma di Hodgkin non responsivo alla prima linea di chemioterapia, che è stato per questo sottoposto a trapianto di midollo allogenico (da donatore) con assenza del corecettore CCR5, quindi resistente al virus.

«Il virus del paziente londinese - spiega Andrea Antinori, direttore dell'Uoc Immunodeficienze virali dell 'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” (Inmi) di Roma, che si trova a Seattle in attesa della presentazione del caso, prevista per le 20:45 ora italiana - aveva un tropismo R5, ovvero che utilizza il corecettore CCR5 per infettare le cellule. Il risultato, dopo l'attecchimento del midollo trapiantato, è che il paziente ha acquisito una resistenza naturale all'infezione, e questo fa sì che non vi siano - dopo 19 mesi dalla sospensione della terapia antiretrovirale, che non sono tantissimi ma non sono neanche uno scherzo - tracce di replicazione del virus Hiv. Il caso di Londra presenta forti analogie, pur con alcune differenze, con il paziente di Berlino, anche lui trapiantato con midollo da donatore con delezione omozigote del CCR5 e in cui l'Hiv è in remissione spontanea da più di 10 anni. Due indizi non sono ancora una prova, ma sono senza dubbio una coincidenza da approfondire».

Allora si parla di una speranza scientificamente fondata?
L'aspetto interessante è proprio l'analogia con il paziente di Berlino. Il fatto che gli unici casi di remissione spontanea del virus, senza i farmaci, sono avvenuti con lo stesso meccanismo. Però attenzione: non è pensabile che noi trapiantiamo tutti i pazienti. Non può passare in maniera irresponsabile questo messaggio. Il paziente ha ricevuto un trapianto di midollo perché aveva un tumore. E questo ha innescato quella che in gergo si chiama cura funzionale (che consente di “silenziare” il virus riducendolo a livelli estremamente bassi nell'organismo e rendendolo pertanto “innocuo”, ndr) grazie alla quale il virus, sospesa la terapia farmacologica, non si replica più.

Questa vera e propria “cura” indica quindi che va percorsa la strada della terapia genica, mirata a modificare in modo sostanziale il genoma umano in modo che l'organismo diventi resistente. Se gli unici due casi, in più di 30 anni, in cui casualmente c'è stata una remissione spontanea del virus si sono verificati perché i soggetti infetti hanno cambiato una piccolissima parte del loro corredo genetico, vuol dire che questa è la chiave per replicare lo stesso risultato su larga scala.

Quindi, va ribadito, il trapianto non è la soluzione.
Assolutamente no. Siamo di fronte a un modello biologico da studiare per arrivare a una procedura sicura - il trapianto di midollo non lo è affatto - usando la tecnologia genica o altre tecniche molecolari. Il messaggio scientifico è questo. È un lavoro serio, che sarà pubblicato su Nature e che rappresenta una traccia per aprire nuovi fronti di ricerca sull'Aids, probabilmente decisivi.

Qualcuno sta già lavorando su questo fronte?
C'è molta ricerca, soprattutto accademica, che sta percorrendo la strada della cura funzionale. Con approcci diversi. L'idea è sempre la stessa: io sospendo la terapia e utilizzo dei sistemi per cui l'organismo controlla da sé l'infezione. Le vie sono tre. Posso potenziare il sistema immunitario Hiv specifico, la risposta anticorpale, ovvero gli anticorpi neutralizzanti, che normalmente ci sono nel corpo ma che sono prodotti in modo insufficiente. Un secondo approccio è quello cosiddetto “shock and kill”, che finora non ha dato risultati molto promettenti, in cui si tira fuori il virus dalla fase di latenza nel dna delle cellule per “picchiarlo” con antivirali. Ma è una tecnica molto rischiosa. Un'ultima tecnica è quella di cui stiamo parlando oggi. Una terapia genica che serve a modificare l'assetto genetico delle cellule per renderle meno propense a essere infettate dal virus. Quindi si tratta di interrompere nell'organismo, non nel virus, il meccanismo di infezione.

Che tempi ci sono?
Non è prevedibile. Non bisogna sbagliare strada e concentrare le risorse su quella giusta. La ricerca è forse più istituzionale , rispetto al fronte farmaci, dove prevalgono gli investimenti privati.

Siamo lontani dal mercato?
Molto lontani. Siamo in fase pre-clinica. Molto precoce. Ma si sta muovendo parecchio. E mi sento ottimista. Casi come questo di oggi possono rappresentare un'accelerazione. C'è molta ricerca e molta attesa. Le idee in campo ci sono. Non si brancola nel buio.

A che punto è la presa in carico dei pazienti con le terapie attualmente disponibili?
Abbiamo più di 20 milioni di persone in trattamento nel mondo, ma sono ancora poche dal momento che si stimano 37 milioni di persone viventi con Hiv. Riguardo l'Italia , tutti i pazienti diagnosticati sono in terapia. Il nostro Sistema sanitario è splendido. Trattiamo tutti. Il problema è che su 120mila casi stimati ce ne sono almeno 15mila che non sanno di essere Hiv-positivi e un terzo di queste persone sono già in fase avanzata, rischiando così di accedere tardi alla terapia. Quindi serve più informazione, prevenzione e accesso al test, che è anonimo, sicuro e rapido.

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