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Hong Kong apre a metà sui Bitcoin, licenze agli stranieri ma avverte sui rischi

Una legge in cantiere nell’ex colonia britannica prevede la concessione al trading imboccando una strada opposta a quella ben più severa di Pechino

di Rita Fatiguso

3' di lettura

Hong Kong sta portando avanti il disegno di legge varato a fine 2020 che prevede la concessione di licenze agli stranieri per il trading di Bitcoin. Al tempo stesso avverte:
il gioco è pericoloso, state alla larga. Tuttavia, c’è una chiusura indiretta nei confronti di chi continua a gestire il business senza autorizzazione. Pechino, al contrario, come dimostrano le decisioni adottate nella riunione del Comitato di stabilità finanziaria presieduto da Liu He a ridosso del weekend, è per il pugno di ferro nei confronti delle cryptocurrencies.

La posizione più morbida di Hong Kong

Quello che non si può fare in Mainland China è, da sempre, fattibile nell’ex colonia britannica che ha sempre funzionato come piazza offshore di Pechino.

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Una sorta di doppio binario che potrebbe funzionare anche per i Bitcoin, appena finiti, e non è la prima volta, nel mirino delle autorità centrali di Pechino.

Hong Kong a fine anno aveva varato un disegno di legge sottoposto ai commenti del pubblico prima del varo finale che le Autorità monetarie della Regione amministrativa speciale sembrerebbero voler portare avanti, nonostante l’ostilità nei confronti del mercato dei Bitcoin da parte di Mailand China.

Il 21 maggio, il Comitato per la stabilità e lo sviluppo finanziario del Consiglio di Stato presieduto da Liu He, componente dell'Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito comunista cinese, ha ribadito che «bisogna servire l’economia reale». E che tra gli strumenti da utilizzare rientra la repressione del mining di Bitcoin.

La linea dura del Comitato di stabilità di Pechino

Dopo il warning della Banca centrale anche il Comitato per la stabilità ha minacciato, dunque, il futuro dei Bitcoin in Cina.

Pechino, del resto, punta alla sua moneta digitale supportata dallo yuan, è partita già nel 2014 ed è in vantaggio sugli Usa: la Federal Reserve americana, infatti, sta per presentare solo in questi giorni un rapporto sullo stato dell’arte della sua valuta digitale.

La Cina non fa mistero dunque di non amare particolarmente l’universo della cryptocurrency che sfugge ai suoi controlli e crea le premesse di quello che la nomenklatura cinese definisce «rischi sistemici».

Pechino non ama i Bitcoin

Tra anonimità e rischi di riciclaggio, le autorità cinesi che a più riprese sono intervenute già in passato, ribadiscono il no ai Bitcoin.

Alle misure adottate dall’Inner Mongolia per frenare il mining illegale di Bitcoin e alle piramidi digitali da 31 milioni di dollari dell’Anhui bloccate per evitare rischi, anche sociali, a cascata, si aggiunge il tema dello spreco di energia necessaria ai computer per risolvere complessi problemi di matematica necessari alla blockchain sulla quale il Bitcoin si basa.

Tuttavia sembra rivedere nella presa di posizione di Hong Kong l’atteggiamento a doppia mandata della Cina quando stabiliva che «il Bitcoin non è emesso dall’autorità monetaria, non ha proprietà monetarie come strumento di compensazione legale e non è una valuta nel vero senso del termine». Ma che «la transazione Bitcoin è una sorta di comportamento di acquisto e vendita di merci su Internet al quale le persone hanno la libertà di partecipare sotto la premessa del proprio rischio».

L’invito alle istituzioni finanziarie e agli istituti di pagamento perchè non utilizzino Bitcoin nello scambio di prodotti o servizi, non comprino o vendano Bitcoin come controparte centrale, non sottoscrivano attività assicurative legate a Bitcoin o includano Bitcoin nell’ambito di applicazione di responsabilità assicurativa, non implica che il pubblico possa entrare nel mercato «a suo rischio e pericolo».


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