Le donne dello champagne

«Ho imparato tutto sul campo, dalla cura della vigna all'export»: il racconto dell’erede Boizel

Una lunga storia di famiglia con protagoniste le donne: Evelyne Roques-Boizel gestisce, fra tradizione e innovazione, una Maison patrimonio dell'Unesco.

di Barbara Sgarzi

La Vigna. (Foto Leif Carlsson).

4' di lettura

Quinta generazione di una dinastia che ha visto le donne protagoniste, Evelyne Roques-Boizel gestisce la Maison, patrimonio Unesco, dagli anni 70 insieme al marito e, oggi, ai figli. Preservandone la continuità, ma senza paura di innovare; ad esempio, è stata la prima a credere nel potere di internet.

Il suo è uno sguardo che abbraccia un lungo arco nella produzione in Champagne. Come ha visto cambiare la percezione delle donne negli ultimi anni?

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È cambiata davvero molto, adesso l'apertura nei confronti delle donne è notevole, anche nelle posizioni più importanti, ma ce ne sono ancora troppo poche nei board… Quello che mi piace è vedere oggi tante ragazze che scelgono da sole la loro strada nel mondo del vino e vedere famiglie che lasciano le redini della Maison alle figlie. Prima ci arrivavano per caso, solo se proprio non c'era nessun altro a occuparsene. E dovevano lottare duramente per essere legittimate e avere credibilità, esattamente come ho fatto io.

Restando sul tema femminile, pensa che in qualche modo l'essere donna abbia influenzato lo stile e la qualità del suo lavoro, sia da un punto di vista emozionale che organizzativo?

Essere una donna sul lavoro non può essere ininfluente; è sicuramente importante, anche se è difficile generalizzare perché ognuno è diverso e ha esperienze differenti. E io penso che il comportamento sia influenzato più dalle esperienze di vita che dal genere. Certo, nel fare Champagne, e specialmente nella fase dell'assemblaggio, essere una donna significa avere più sicurezza nel suo istinto e ascoltare maggiormente le emozioni mentre si assaggiano i nuovi vini. Dopo tanti anni di studio e di degustazioni, penso che una donna si affidi di più alle emozioni e questo è un asset quando si devono prendere decisioni e trasmettere la passione in ciò che fai. Detto ciò, non credo che uno Champagne possa avere un “tocco femminile”; la finezza e la delicatezza sono tratti caratteristici di tutti gli Champagne. Dal punto di vista manageriale, invece, nella mia esperienza le donne privilegiano il lavoro in team e sono meno ossessionate dalle questioni di potere.

La maison Boizel (Foto Leif Carlsson)

Qual è la competenza, il talento che non possono mancare nel suo lavoro?

Uno non è sufficiente: ce ne sono parecchi. Ma due sono davvero essenziali nel winemaking, specialmente per gli assemblaggi: umiltà e mente aperta! Umiltà perché lavori con i doni della natura. Non puoi barare, non puoi aggiungere aromi, nessun libro potrà dirti come ottenere il blend migliore. Durante il periodo degli assemblaggi (tra febbraio e marzo) ti trovi con 40, 50 giovani vini fermi e devi essere molto modesta, molto umile e affidarti alle tue emozioni e sensazioni per capire quali comporranno la migliore espressione di quella vendemmia. L'apertura mentale è altrettanto importante perché ci sono nuove decisioni e nuove scelte ogni anno; magari devi modificare le solite proporzioni di vini per svilupparne il potenziale migliore. Dopo più di 40 anni, sono ancora affascinata e commossa da questo compito.

Quali sono le innovazioni e I cambiamenti più importanti che ha apportato alla sua Maison?

Ho iniziato nel 1973, direttamente a capo della Maison, purtroppo a seguito della morte improvvisa di mio padre, senza alcuna formazione nel business e nel vino. Avevo 23 anni, studiavo arte e archeologia a Parigi e con il mio altrettanto giovane marito, ingegnere informatico, ho imparato tutto facendo, dalla cura della vigna all'export. Una tappa che mi piace ricordare è stata l'aver lanciato il primo sito web commerciale di uno Champagne, nel 1997. Ci ho sempre creduto molto; oggi è una piattaforma multicanale e una delle risorse commerciali più importanti della Maison. Uno dei miei desideri, invece, è sempre stato aprire le nostre porte al pubblico, dato che siamo in Avenue de Champagne a Epernay, un sito storico che è World Heritage Unesco. Desiderio diventato realtà grazie ai nostri figli che sono entrati in azienda nel 2008 e hanno iniziato a guidarla nel 2019.

Evelyne Roques-Boizel. (Foto Leif Carlsson).

Qual è la cuvée, fra le tante, alla quale si sente più legata?

Scelta molto difficile! Ma se proprio devo, direi la Joyau de France Rosé. Prima di tutto perché mi sono dovuta imporre sul mio team, che non era convinto di inserire un Rosé nelle nostre cuvée prestige, Joyau de France Brut. Poi perché creare un rosé millesimato è una grande sfida, soprattutto con i tempi di affinamento sui lieviti e in cantina delle cuvée prestige Boizel, che attendono 10 o 15 anni prima di arrivare sul mercato. Infine, per un'emozione, un ricordo legato a mio padre e alla mia infanzia. Quando mio fratello e io eravamo bambini, giocavamo in cantina; c'era una piccola nicchia scavata nel gesso, nascosta e con poca luce, dove riposavano bottiglie molto vecchie, alcune risalenti alla data di nascita di Boizel: 1834. Lo chiamavamo “il Tesoro” e da lì mio padre ebbe l'idea di battezzare la sua prima vendemmia (quella, eccezionale, del 1961), come il gioiello più prezioso di un tesoro: Joyau de France, appunto.

(Boizel.com. Joyau de France Rosé 2007 costa circa 135 euro).

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