America / 1

Ho paura: i dadaisti al potere non sono una poesia

Quattro scrittori, un cantautore, un'artista visiva e un politologo, scelti da “IL” tra i più straordinari talenti della nostra epoca, ci raccontano la loro visione (personale e insieme collettiva) degli Stati Uniti. E ci aiutano a capire, alla vigilia di un appuntamento elettorale forse decisivo, che cosa sia oggi, e che cosa potrebbe essere domani, quel loro grande Paese. Questo è il primo pezzo di una serie

di Ben Lerner

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(Credit: Cyril Abad)

Quattro scrittori, un cantautore, un'artista visiva e un politologo, scelti da “IL” tra i più straordinari talenti della nostra epoca, ci raccontano la loro visione (personale e insieme collettiva) degli Stati Uniti. E ci aiutano a capire, alla vigilia di un appuntamento elettorale forse decisivo, che cosa sia oggi, e che cosa potrebbe essere domani, quel loro grande Paese. Questo è il primo pezzo di una serie


5' di lettura

Caro IL,
mi avete gentilmente chiesto una dichiarazione sugli Stati Uniti d'America alla vigilia delle elezioni e nell'ora e mezza libera che ho mentre le bambine guardano un film che racconta la drammatica situazione dell'ambiente con l'aiuto di un pesce parlante cercherò di rispondere, senza riuscirci, in un modo che magari stimoli un briciolo di emozione.

Al momento, come sapete, negli Stati Uniti c'è un fiorire intergenerazionale e interculturale di manifestazioni di protesta, resistenza e immaginazione catalizzato, ma non causato, dall'omicidio di George Floyd sullo sfondo della pandemia. L'espressione “lavoratori essenziali” si usa per descrivere non solo gli operatori sanitari ma tutti quei cittadini – in numero sproporzionatamente maggiore neri o comunque di colore – che svolgono lavori mal pagati di cura o di consegna merci per gli americani più bianchi e più ricchi.

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(Credit: Cyril Abad)

L'immagine dell'ennesimo uomo nero (con il Covid, avremmo scoperto in seguito) che cercava di prendere fiato mentre un poliziotto dall'aria annoiata lo soffocava fino a ucciderlo ha reso chiarissimo quanto sia inessenziale e sacrificabile la vita di una persona nera negli Stati Uniti. Puoi confezionare e consegnare i nostri pacchi Amazon in cambio di un salario da fame e senza uno straccio di assicurazione sanitaria, e morire di questa malattia tre volte più facilmente dei bianchi, ma lo Stato ti ammazza comunque per strada senza neanche disturbarsi a nasconderlo, a tenere la scena lontana dalle telecamere.

Nei Repubblicani quel ginocchio dello Stato piantato sulla nuca non produce la minima indignazione, mentre gli atleti che si inginocchiano per protesta contro la violenza della polizia vengono additati come pericolosi e vergognosi. Queste diseguaglianze strutturali esistono da prima di Donald Trump – queste diseguaglianze strutturali per tanti versi costituiscono la base stessa degli Stati Uniti – ma assistere a una dimostrazione così orribilmente lampante del razzismo americano mentre il Paese annaspa sotto la “leadership” di un farabutto autoritario
e apertamente razzista per la gioia della sua “base” ha sconcertato perfino i moderati bianchi (sul pericolo dei “moderati bianchi” si veda la lettera di Martin Luther King dal carcere di Birmingham), e credo che in generale ci sia la sensazione di essere a un punto di svolta.

E poi, insieme a questa straziante dimostrazione della diseguaglianza che regna nel Paese, c'è un senso nuovo di potenzialità e interconnessione sociale, nato dall'aver sperimentato in prima persona e collettivamente, sia pure con radicali differenze, la facilità con cui la società può cambiare; ci si è resi conto della rapidità con cui l'“impensabile” diventa pensabile o addirittura fattibile. Da un lato esistono, perfino per l'America bianca (che è tutt'altro che monolitica), prove pesanti del fatto che non ci sono adulti al comando, che siamo di fronte a un totale vuoto di autorità.

Dall'altro lato adesso esistono le prove del fatto che si possono fermare i treni, chiudere le scuole, gli uffici; si possono svuotare i cieli da quasi tutti i voli; si può far avere alla gente un reddito di base (o una sua misera parvenza), sospendere il pagamento degli affitti e rimandare altre forme di riscossione dei debiti. Si possono tirare giù i monumenti ed erigerne di nuovi; si possono creare piccole comunità di cura senza una struttura rigida.

Viene rimesso tutto in ballo. È un momento di grande fecondità e disordine. Ovviamente chi sta al potere sta facendo di tutto per assicurarsi che qualunque forma di socialismo emergenziale prenda piede venga rapidamente estirpata e che la ricerca del profitto a tutti i costi prosegua indisturbata, ma penso comunque che questi profondi ribaltamenti a livello sociale (per quanto compiuti in maniera affrettata, insufficiente o provvisoria) abbiano rinvigorito l'immaginazione del Paese.

Idee come quella di tagliare il budget alla polizia, che gli attivisti sostengono da anni, adesso trovano una circolazione molto più ampia perché insieme a un certo tipo di sconforto, quando si tocca il fondo, arriva una nuova flessibilità ideologica. La riprova di quanto siano allo sbando gli Stati Uniti è che molto del loro futuro dipende dall'incanalare questa energia per far eleggere quella triste effigie di relativa decenza che è Joe Biden – il (molto) migliore fra due padri cattivi, l'effigie della nostalgia neoliberal.

È ormai intellettualmente imbarazzante, qui, riporre qualche fiducia in un processo elettorale o democratico, dato che le elezioni americane sono sempre state il trionfo della soppressione del diritto di voto. Eppure, senza una massiccia sconfessione del trumpismo che venga dalle urne e senza un passaggio di poteri, gli Stati Uniti saranno semplicemente e apertamente un etnostato fascista.

Di nuovo, si può plausibilmente sostenere che gli Stati Uniti non siano mai stati altro che questo, però c'è la sensazione diffusa di avere davanti una sorta di ultima chance, l'ultima uscita da prendere prima che l'unica strada diventi la strada di Trump. Lui dice chiaro e tondo che si rifiuta di impegnarsi a onorare il voto in caso di sconfitta. Ha una base armata fino ai denti. Manda le truppe d'assalto federali nelle nostre città ad aggredire la popolazione, scavalcando le autorità locali se non cooperano: una specie di prova generale del futuro che immagina.

Come poeta sono sempre stato affascinato dal linguaggio di Trump, che spesso mi ricorda il teatro dell'assurdo o la poesia avanguardista, parodia della logica e della grammatica. Gli piacciono la dissociazione, i non sequitur, le ripetizioni bislacche: tecniche che in un altro contesto potrebbero sembrare esperimenti poetici.

La poesia di Trump diventa ogni giorno più dadaista, più destabilizzante. (Nella finestra accanto a quella dove scrivo sto guardando il video dove si vanta, a brandelli di frasi, del buon punteggio totalizzato in un test cognitivo usato per diagnosticare la demenza senile. Sembra Beckett).

Trump mente – oddio, almeno le volte in cui il suo linguaggio arriva a un grado di coerenza sufficiente da costituire un'affermazione falsa – ma le sue menzogne rivelano anche una profonda verità. La verità che rivelano è il totale fallimento della retorica politica americana e la necessità assoluta di un nuovo linguaggio. (Percepisco anche un momento di verità quando Trump accusa a sua volta Biden di avere la demenza senile, perché quale che sia il livello di funzionalità cognitiva di Biden, come politico rappresenta un establishment democratico in stato di senescenza avanzata).

Vi scrivo frettolosamente per dire che ho paura. Vi scrivo anche per dire che ho la speranza che da queste parti si sia smosso qualcosa, che Trump, la pandemia e la messa a nudo delle parti peggiori del razzismo americano facciano sì che nuovi linguaggi e nuove forme di organizzazione politica e sociale diventino improvvisamente possibili. E in Italia come va?
Con affetto,
Ben Lerner

(Photo by Ulf Andersen/Getty Images)

Ben Lerner è nato nel 1979 a Topeka, in Kansas. Poeta e romanziere, è una figura centrale della letteratura americana di questi ultimi anni. Ha pubblicato tre raccolte di poesie, tre romanzi, un saggio e molti articoli sulle pagine del New Yorker, di Harper's, della Los Angeles Review of Books e di altri importanti periodici. Insegna Letteratura inglese presso il Brooklyn College. Ha vinto il Believer Book Award e il Preis der Stadt Münster für Internationale Poesie. È stato finalista del National Book Award e, quest'anno, del Premio Pulitzer per la Fiction. In Italia, sempre per Sellerio che aveva già pubblicato “Nel mondo a venire” (2015) e “Odiare la poesia” (2017), è uscito da poco il suo ultimo romanzo “Topeka School” (384 pagine, 16 euro , Traduzione di Martina Testa).

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