LIBERATO IL LEADER

Hong Kong, nuove proteste di massa contro la legge sulle estradizioni in Cina

di Alb.Ma.


A Hong Kong continua la protesta

4' di lettura

Il dietrofront del Parlamento sulla legge per le estradizioni in Cina non placa la protesta a Hong Kong. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi nelle strade della città-stato asiatica per chiedere il ritiro definitivo della proposta di legge che avrebbe facilitato la consegna di «sospetti» alla madrepatria cinese. Gli organizzatori parlano di due milioni di presenze, la polizia abbassa la stima a 338mila partecipanti. La leader di Hong Kong, il capo esecutivo Carrie Lam, aveva già deciso di sospendere in maniera «indefinita» il testo dopo la mobilitazione di massa delle ultime settimane, scoppiate contro il rischio di una violazione dell’autonomia dell’ex colonia rispetto a Pechino. Parole che non hanno soddisfatto i suoi critici né evitato un ritorno di fiamma delle dimostrazioni, incassando la solidarietà di manifestanti anche in Taiwan.

La mobilitazione ha messo a segno anche un altro risultato di peso . Joshua Wong, uno degli studenti leader del “movimento degli ombrelli” che per 79 giorni bloccò nel 2014 il centro di Kong Kong con una protesta pro-democrazia, viene liberato lunedì dopo aver scontato i due mesi di reclusione la pena inflittagli per il ruolo avuto nelle manifestazioni. Demosisto, il partito di cui è stato cofondatore, ha annunciato in una nota, secondo i media locali, che l’uscita dell’attivista di 22 anni dal carcere di Lai Chi Kok è prevista lunedì 17 giugno alle ore 10:30 locali (le 4:30 in Italia).

La rivolta contro la legge (e le pressioni della Cina)
La rivolta è esplosa il 9 giugno, quando le strade dell’ex colonia britannica (annessa alla Cina dal 1997) sono state invase dalla più imponente manifestazione di piazza negli ultimi tre decenni.

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Il testo del parlamento mirava a semplificare la consegna di indagati alla Cina, permettendo alla Repubblica popolare cinese di processare in patria i sospetti residenti a Hong Kong. Una misura che avrebbe comportato la violazione dello statuto speciale concesso al paese 22 anni fa. Il timore era che si andasse a incrinare l’indipendenza giudiziaria che ha disciplinato l’esperimento del «one country, two sytems»: la convivenza sotto a un paese unico (la Cina) di due sistemi diversi (Cina e Hong Kong). Già nel 2014 la città-stato, tecnicamente una Regione amministrativa speciale della Cina, era stata bloccata per 79 giorni da manifestazioni in favore di una apertura democratica del paese: la cosiddetta Rivoluzione degli ombrelli , una mobilitazione per ottenere il suffragio universale completo alle urne, chiamata così per l’uso di parapioggia in difesa dai fumogeni della polizia.

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Ma cosa dice esattamente il disegno di legge?
La legge ora in stand by avrebbe permesso di estradare in Cina i «sospetti» , sottoponendoli al processo dei tribunali nazionali. La maggioranza filo-cinese, capeggiata dal capo esecutivo (capo del governo) Carrie Lam, sosteneva che nuove regole fossero necessarie per colmare un vuoto legislativo ed evitare che la città-stato diventasse un «rifugio per criminali» generici.

Hong Kong, la protesta contro la legge sull’estradizione

Hong Kong, la protesta contro la legge sull’estradizione

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Secondo l’impianto legislativo ora sospeso, l’estradizione sarebbe prevista per tutti i sospetti accusati di un crimine con pena superiore ai sette anni di detenzione. Il via libera alla consegna alla Cina sarebbe stato di responsabilità del capo esecutivo dopo una prima lettura dei tribunali. I 70 membri del Consiglio legislativo, il parlamento monocamerale del paese, non avrebbero avuto alcun potere né sulla valutazione del caso né sulla decisione finale. Il testo si sarebbe applicato anche alle richieste di estradizione in arrivo da Taiwan e Macao. Lam ha giustificato la proposta citando il caso di una donna di Hong Kong uccisa in Taiwan. Le autorità locali hanno avviato delle indagini sul fidanzato della vittima, tornato nel frattempo a Hong Kong, ma non sono riusciti a processarlo per l’assenza di regole sulla estradizione.

E quali sono le sue controversie?
Una legge sulle estradizioni viene vista come una minaccia per le libertà civili e il segno di una (ulteriore) ingerenza di Pechino nell’indipendenza giuridica di Hong Kong. Con il nuovo regime, dicono i critici, l’estradizione sarebbe stato richiesta per catturare e processare più avversari politici che criminali comuni. Secondo dati riportati dai media internazionali, il tasso di condanna nelle corti cinesi sfiora il 100% e si accompagna al ricorso ordinario a tortura e negazione del diritto di difesa degli imputati. Il governo cinese ha ribadito che l’iniziativa è nata esclusivamente dal suo omologo di Hong Kong, ma non ha fatto mistero di sposare in pieno la causa. China Daily, un quotidiano controllato dal Partito comunista cinese, si è espresso apertamente a supporto della legge, ribaltando le cronache sulla proteste di piazza. In un articolo pubblicato il 10 giugno, si parla di un corteo di «800mila cittadini che dicono sì alla nuova legge», contro i 240mila attribuiti alla manifestazione di ostilità al nuovo testo.

Ma come “funziona” Hong-Kong? 
Dopo 156 anni come colonia dell’Impero britannico, Hong Kong è stata «restituita» alla Cina nel 1997, diventando la prima Regione amministrativa speciale del paese. L’accordo siglato in quella occasione prevedeva, fra le altre cose, che libertà civili e diritti umani sarebbero state tutelati per i successivi 50 anni. Oggi la metropoli, popolata da oltre sette milioni di abitanti, viene classificata come una semi-democrazia.

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Il Consiglio Legislativo, il parlamento, è composto da 70 membri, eletti in parte per via diretta e con suffragio universale (40 seggi) e in parte in via indiretta dai cosiddetti «collegi funzionali»: collegi a base limitata in rappresentanza di settori fondamen tali per il paese, dall’industria alla finanza. Il capo esecutivo è poi nominato da un Comitato elettorale di 1.200 membri, sempre in rappresentanza di varie categorie professionali. La scelta deve essere poi ratificata da Pechino. Il paese conserva le sue differenze fondamentali dalla madrepatria a livello giuridico ed economico. Nel primo caso, l’ordinamento è incardinato sul common law, il diritto che si basa sulla giurisprudenza e non su codici costituzionali (da qui, ad esempio, la proposta di emendare la legge sull’estradizione in base a un caso singolo). Quanto all’economia, la città-stato ha sempre goduto e continua a godere di una libertà che ha trasformato la metropoli in un hub finanziario globale. La sua borsa è fra le prime cinque al mondo, con una capitalizzazione di mercato di quasi 4mila miliardi di dollari Usa.

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