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Hong Kong, quanto può durare la “non ingerenza” italiana?

Di fronte alla mano pesante di Xi contro le proteste anche la Ue ha preso una posizione decisa. L’Italia, invece, continua a puntare su una diplomazia che viaggia sul filo sottile dell’equilibrio per non urtare Pechino

di Guido Gentili

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Reuters

Di fronte alla mano pesante di Xi contro le proteste anche la Ue ha preso una posizione decisa. L’Italia, invece, continua a puntare su una diplomazia che viaggia sul filo sottile dell’equilibrio per non urtare Pechino


3' di lettura

Dopo le prime (flebili) considerazioni della Ue, l’Italia avrebbe o no qualcosa da dire su ciò che sta succedendo a Hong Kong?

Sì che lo avrebbe, e farebbe bene a chiedere il rispetto delle libertà e dei diritti assicurati dall’accordo tra Pechino e Londra del 1984 sulla scia del quale la Gran Bretagna “lasciò” nel 1997 una delle capitali della globalizzazione. Libertà e diritti, va ricordato, che non sono prerogativa del popolo cinese.

L’intervento della Ue contro l’inaccettabile violenza
In attesa delle parole di Papa Francesco nel corso del suo viaggio asiatico in Giappone, viste le scene dei giorni scorsi, con la polizia che ha di fatto iniziato a reprimere, facendo anche ricorso agli arresti, la protesta degli studenti, Bruxelles non ha potuto evitare un commento.

La Ue (attraverso il portavoce del servizio di azione esterna dell'Unione) chiede alle parti di rinunciare «all’inaccettabile violenza e all’uso della forza in modo da allentare le tensioni e tornare ad un vero dialogo». Constatando «l’escalation della violenza» e sottolineando la sua «profonda preoccupazione» per gli arresti dei medici che stavano «portando assistenza agli studenti».

L’Europa «monitora la situazione da vicino», conclude con formula burocratica la nota di Bruxelles. Quanto all'Italia, è di due settimane fa la presa di posizione del ministro degli Esteri, e leader dei Cinque Stelle, Luigi di Maio. Proprio in Cina, in visita a Shangai, ha detto che «noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e per quanto ci riguarda abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri paesi».

La prudenza dell’Italia
Non ingerenza? Che l’Italia sia preoccupata di non avere, e dimostrare, un approccio critico con Pechino è nelle cose. Questa prudenza che viaggia spesso sui confini della reticenza è stata un tratto distintivo del primo governo Conte gialloverde, ai tempi di una politica estera a quattro vie: flebile atlantismo e antieuropeismo, Cina e Russia invece sugli scudi. Ma in buona parte (si pensi proprio alla Cina) è stata confermata dal secondo governo Conte giallorosso.

Ripreso il filo europeo, il premier Conte ha provato prima di tutto a riallacciare il rapporto con gli Stati Uniti evitando di non mettere in discussione quello, forte, con Pechino che preoccupa Washington (vedi la partita strategica del 5G nelle telecomunicazioni e le preoccupazioni ora se anche l'acciaio dovesse finire in mani cinesi).

La linea M5S pro-Pechino
Tuttavia, il passaggio (con al seguito molte competenze prima in capo al ministero dello Sviluppo) di Luigi Di Maio alla guida della Farnesina ha confermato senza dubbi l’impostazione pro-Pechino che, nel quadro delle intese sulla “Via della Seta”, è di tutto il Movimento 5Stelle. Non è un caso, del resto, che il presidente della Casaleggio associati abbia presentato il suo piano per la “smart economy” sull'evoluzione delle imprese assieme a Thomas Miao, amministratore di Huawei Italia.

La mano pesante di Xi
Ma quanto potrà durare il principio della “non ingerenza”, soprattutto se Xi Jinping confermerà l’uso della mano pesante? I segnali non sono incoraggianti. Il New York Times ha appena pubblicato un'inchiesta (sulla base della documentazione passata da un whistleblower del partito comunista cinese) che descrive dati alla mano la violenta repressione nella regione dello Xinjiang dove è stata colpita la minoranza musulmana. Documenti riservati interni venuti alla luce confermano questa strategia. E la Cina non ha smentito questi documenti.

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