salta l’alleanza

Hong Kong ritira l’offerta sul London Stock Exchange (e la controllata Borsa Italiana)

La Borsa asiatica rinuncia all'offerta da 37 miliardi di dollari per conquistare la City e creare un mercato attivo nel trading 18 ore al giorno

di Simone Filippetti


Ecco perché Piazza Affari potrebbe diventare cinese

2' di lettura

Hong Kong si ritira dalla scalata alla Borsa di Londra. È la prima vera sconfitta, sul mercato globale, della Cina, fino a oggi uno schiacciasassi che conquistava pezzi di economia, industria e finanza. La Borsa di Hong Kong fa un passo indietro e rinuncia a conquistare il London Stock Exchange. La società che gestisce la piazza asiatica ha annunciato durante la notte di rinunciare all'offerta da 37 miliardi di dollari. La conquista, vista come il più grosso affondo di Pechino, si sarebbe riverberata anche in Italia: LSE controlla Piazza Affari.

GUARDA IL VIDEO / Perché Hong Kong dà l'assalto alla Borsa di Londra

Termina così l’ipotesi di un’alleanza tra due big della finanza internazionale, che avrebbe creato un colosso euro-asiatico in grado di garantire il trading 18 ore su 24. D'altra parte Lse aveva fin da subito rigettato l'offerta presentata dall'Hong Kong Exchanges and Clearing quattro settimane fa definendola per altro “non credibile” e sicuramente non una base su cui poter negoziare. Quest'ultima aveva tempo fino al 9 ottobre per rilanciare sul prezzo, ma nel comunicato diffuso in nottata Hkec ha precisato di non essere in grado di mettere sul piatto una cifra più consistente, almeno nei prossimi sei mesi.

A prima vista, l’operazione avrebbe avuto molto senso industriale: sarebbe nato il più grosso stock exchange al mondo, una piattaforma di trading aperta quasi 24 ore al giorno. L’appetibilità, industriale e finanziaria, si è però scontrata con una forte ostilità del Paese. Non era una banale, per quanto gigantesca, acquisizione, come alcune di quelle recenti fatte dalla Cina nel Regno Unito, come di recente la catena di storici pub Greene.

Sull’operazione Hkec e Lse aleggiava anche l’ombra della politica, in un momento particolarmente complesso per Hong Kong. Il governo del Paese asiatico, infatti, nomina più della metà del consiglio di amministrazione della società che controlla la Borsa di Hong Kong e questo avrebbe posto, per Londra, un serio problema regolatorio. Non solo. Per l'azionariato di Kkec esiste un limite al possesso di azioni: nessun socio può superare il 5% se non con il via libera del governo asiatico.

Il Governo di Boris Johnson, sebbene traballante e alle prese col “pasticcio Brexit”, aveva subito alzato le barricate contro la ex colonia, che aveva avuto il sostegno di HSBC, il colosso bancario anglo-cinese, a sua volta alle prese con maxi-tagli ai dipendenti.

Non hanno, infine, aiutato un clima di negoziazione neanche le proteste contro il governo che da 4 mesi continuano ad agitare La situazione ad Hong Kong, vista sempre più vicina al governo cinese.
La tentata scalata di Hong Kong aveva anche cercato di spezzare il “fidanzamento” della Borsa di Londra con il gruppo di gestione dati Refinitiv, controllato da Blackstone. Un'unione che è stata vista come positiva perché avrebbe consentito a LSE l’espansione nel mercato del big data in ambito finanziario. E avrebbe spostato gli equilibri più verso gli Stati Uniti: il fondo americano di Stephen Schwarzman sarebbe diventato il primo azionista. Alla fine tutto si è ridotto alla geo-politica del XXI secolo: Londra con Trump o con la Cina.

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