ospitalità

Hotel, come cambia il format nel post-Covid

Architetti e istituzioni a confronto per individuare i nuovi temi e rilanciare le strutture alberghiere

di Paola Pierotti

4' di lettura

Dal mondo del design e dell’architettura la ricetta per un’ospitalità Covid-free. Nell’ambito del convegno digitale “Progettare la Nuova Ospitalità”, promosso da Elle Decor Italia, si sono confrontati alcuni grandi studi noti per la loro consolidata esperienza sul tema dell’hotellerie, da Piero Lissoni a Patricia Urquiola da Matteo Thun a Patricia Viel, con l’intento di delineare i nuovi ingredienti e i possibili format per un prodotto immobiliare pronto per il post-pandemia.

Lissoni ha sottolineato il tema del mantenimento nel tempo, l’attenzione alla scelta corretta dei materiali e all’uso locale delle risorse, in modo tale da allungare la vita del progetto, senza costantemente intervenire.

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«Gli alberghi per noi sono sempre state creature complicate ed evolute, non sono mai stati semplici hotel» - ha detto Piero Lissoni, che ha raccontato come le sue architetture per l’hospitality siano “multidisciplinari e multifunzionali, progettate per fare diverse cose, legate e interconnesse con il luogo in cui sorgono».

Ecco che nonostante un primo timore per la novità e le conseguenze del Covid, «con i nostri clienti – spiega – abbiamo continuato a lavorare con la stessa metrica e giudizio: la sostenibilità – ad esempio - è sempre stata una richiesta specifica e connaturata ai nostri progetti, basti pensare all’utilizzo dell’acqua o alla gestione delle temperature».

Patricia Urquiola ha sottolineato la necessità di una maggiore integrazione tra architettura e interior design, tra reale e digitale, creando dei link tra spazi pubblici e spazi privati, dove il verde avrà sempre maggiore rilevanza. Tenendo conto della domanda di sanificazione, «bisogna imparare a progettare il tatto, anche visivo» ha commentato la designer. Per lei un “hotel-emozionale” sarà in grado di fornire esperienze per ospiti e per cittadini, supportato dalla tecnologia (rigorosamente silente) per l’erogazione di servizi personalizzati e capace di generare valore e lavoro per la comunità.

«Con i miei progetti, cerco di far entrare la città nell’hotel: la lobby deve poter raccontare tutto, si devono poter costruire storie e collegamenti fisici e mentali, rubando via via spazio» ha sottolineato. Tra i progetti mostrati dalla Urquiola un intervento a Berlino dove interrogandosi sulle opportunità di un importante scalone in un edificio esistente, si è scelto di ricavare, ai diversi piani, spazi per un piccolo caffè piuttosto che una biblioteca.

Patricia Viel scommette sulla visione di lungo periodo, sul post-emergenza: «Ormai il servizio alberghiero sta diventando preponderante sul prodotto che è la stanza». E design e architettura hanno un ruolo determinante nel riuscire a creare nuovi format con «una dose di mistero, con un’intimità che ha nuovi connotati, e con una componente di sensualità che non può venire meno dopo lo shock della pandemia».

«L’albergo – racconta la Viel che con il suo studio ha firmato gran parte dei Bulgari Hotel come quello in costruzione a Roma - dovrà sempre sorprendere, contaminarsi di funzioni, offrire un’esperienza di benessere che è un mix perfetto dato dal confort del cuscino, dal silenzio, dall’assenza di polveri e da una proposta di menu attenta». E ancora, «se gli hotel sono ben progettati non cambieranno come struttura, ma – commenta l’architetto - sul disegno degli oggetti e degli arredi si giocherà la partita».

Matteo Thun e Antonio Rodriguez ricordando alcuni progetti che integrano cliniche e hotel, ospedali e strutture per l’accoglienza, spiegano il loro approccio progettuale che si fonda su tre parole chiave: Timeless, Human, Simplicity. Focus quindi sul benessere fisico e mentale, favorendo la relazione tra le persone e l’ambiente, anche con una “design therapy”. Tra gli altri, Lyndon Neri e Rossana Hu hanno sottolineato il tema del “Total Design”, mentre Roberto Palomba e Ludovica Serafini si sono soffermati sulle opportunità legate alla valorizzazione, anche attraverso le immagini del progetto di Palazzo Daniele, nel Salento, dove è stato rigenerato un edificio del 700, proponendo un dialogo inedito tra architettura e arte. Sintesi riuscita di cultura, turismo, comunicazione e economia. Con appeal internazionale. Non ci sarà innovazione senza un lavoro di team.

Da qui il coinvolgimento anche del mondo imprenditoriale, delle associazioni di categoria e delle istituzioni. «Attenzione alla sostenibilità e all'autenticità, intesa come cultura, identità e prodotto»: è Giorgio Palmucci, presidente di Enit, Agenzia Nazionale del Turismo, a proporre questi principi come driver per una via italiana, pur ricordando che i dati della Oxford Economics parlano di una ripresa dei dati del 2019, non prima del 2023.

«Design e arredo italiano sono al servizio e in ascolto delle esigenze degli albergatori – ha confermato Maria Porro, Presidente Assarredo - per proporre soluzioni abitative adeguate alle rinnovate esigenze della domanda».

In generale però «progettare una nuova ospitalità per il turismo italiano significa ripensare l’offerta ricettiva, tenendo conto e ascoltando i trend della nuova domanda e dei consumi in era post Covid, e allo stesso tempo approfittarne per ridefinire e qualificare le nostre strutture. Investimenti sia nelle strutture che nei modelli di governance – ha precisato Magda Antonioli, Direttore ACME dell’Università Bocconi di Milano - accrescere la produttività anche di sistema e a livello territoriale con recuperi di aree minori e identità territoriali tipiche dell'italian way of living sono alcuni degli esempi proposti».

La Antonioli ha parlato anche di “ottimismo” relativamente all’interesse degli investitori e della necessità di “tenere conto del valore sociale sul territorio, nei luoghi e con le persone”: tema quest’ultimo ripreso e sottolineato dai numerosi architetti intervenuti, e con chiaro riferimento anche ad iniziative nazionali com’è Valore Italia, o le partite aperte da Agenzia del Demanio e Difesa, ad esempio cominciando dalle dimore storiche, dalle caserme, dalle case cantoniere o dai fari.

Nel macro-mondo dell’hospitality ci sono anche progetti che riguardano le cantine d’autore piuttosto che le operazioni che sperimentano la tipologia del glamping. Una galassia dove il made in Italy vede la sintesi di design, accoglienza e enogastronomia: un biglietto da visita per la cultura del BelPaese. Da qui quindi la richiesta corale di investimenti nel brand Italia, considerando i benefici distribuiti su tutta la catena del lavoro. Attraverso la voce della vicepresidente Maria Carmela Colaiacovo, Confindustria Alberghi ha ricordato come il fatturato della filiera, a monte e a valle, sia dell’ordine dei 6 miliardi di euro: una priorità che deve poter contare sulle opportunità del Next Generation Eu. «Ma anche del G20, guidato da qualche mese dall’Italia - ha aggiunto Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretario del Mibact - l’Unwto, tra l’altro, ha sottolineato la necessità di ricostruire l’industria del turismo in un modo che sia sicuro, equo e rispettoso del clima».

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