Asia e Oceania

Huawei fuori dalla lista nera, nei limiti della sicurezza nazionale

di Rita Fatiguso


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2' di lettura

Non è lo stesso copione del G20 di Buenos Aires, stavolta c’è una contropartita al riavvio sine die dei negoziati sul dossier commerciale Usa-Cina.

Donald Trump ha riaperto le porte del mercato americano a Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni finito in lista nera (« Potrà tornare ad acquistare i prodotti dai fornitori americani, le aziende Usa possono vendere attrezzature a Huawei, lì dove non ci sono grandi problemi con la sicurezza nazionale», ha dichiarato il presidente in conferenza stampa ).

La moneta di scambio resta a mezz’aria: Pechino deve rendere effettivo il divieto di trasferimento tecnologico forzato per chi fa business con la Cina.

Del resto la nuova tregua - lo riferisce l’agenzia Nuova Cina - «avverrà sulle basi dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e vedrà i rispettivi team trattare alcune questioni specifiche».

In cima all’elenco delle “questioni specifiche”, c’è proprio l’odiato trasferimento tecnologico forzato, quello che - stando alle argomentazioni degli americani - ha permesso alle imprese del calibro di Huawei di diventare ciò che sono oggi. Ovvero, temibili concorrenti. Più in generale, gli Usa premono per garantire la difesa della proprietà intellettuale per le aziende che interagiscono con la Cina.

Gli americani sanno bene che Pechino ha varato in fretta e furia tre mesi fa una nuova legge sugli investimenti stranieri per “stoppare” l’arrivo annunciato, entro il 1° marzo, di nuovi dazi, ma il testo potrà essere cambiato prima dell’entrata in vigore, il 1° gennaio 2020.

Anche le Camere di commercio straniere in Cina, inclusa AmCham, denunciano che si va troppo a rilento, non basta che il trasferimento di tecnologia d’ora in poi sia “vietato agli organi amministrativi”, la limitazione è inadeguata se si pensa che la clausola era automatica per tutte le joint ventures. Anzi, spesso fa ancora parte integrante dell’attuazione degli accordi in ogni fase dello sviluppo del business.

«Cina e Usa beneficiano entrambi dalla cooperazione e perdono con lo scontro, dato che la cooperazione e il dialogo sono migliori delle frizioni e dello scontro», ha ricordato il presidente cinese Xi Jinping al collega americano. Giusto. Ma le aziende straniere che investono in Cina, assumono personale cinese, acquistano e vendono beni e servizi in Cina, contribuiscono alle esportazioni cinesi e pagano le tasse in Cina, mettendo a rischio il loro know how,sono ancora vittime di un’anacronistica legge ad personam.

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