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Huawei, nella lista nera Usa anche il centro ricerche di Segrate

Nell’elenco compaiono Huawei Italia e il Centro di ricerche di Segrate: uno degli undici centri di ricerca e sviluppo di Huawei sparsi per il mondo che appaiono scritti nella aggiornata Entity List

di Andrea Biondi


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3' di lettura

Un passo avanti, ma un altro – e non da poco – indietro. Il rapporto fra il colosso cinese Huawei e il governo Usa continua a svilupparsi secondo una trama nient’affatto lineare che nel corso delle ultime ore si è alimentata di due decisioni di senso evidentemente contrario: da una parte la proroga di 90 giorni dell’entrata in operatività del divieto di vendita di componenti hi-tech Usa al gigante delle telecomunicazioni di Shenzhen, nel mirino di Washington per i timori di spionaggio informatico. Dall’altra parte l’aggiunta di 46 “affiliate” di Huawei nella Entity List del Dipartimento del Commercio Usa (la “lista nera” che vieta alle aziende statunitensi di fare affari con i gruppi inseriti nell'elenco).

Nell’elenco compaiono Huawei Italia e il Centro di ricerche di Segrate: uno degli undici centri di ricerca e sviluppo di Huawei sparsi per il mondo che appaiono scritti nella aggiornata Entity List. Quello di Segrate, alle porte di Milano, è stato il primo centro ricerca globale a essere inaugurato da Huawei fuori dai confini cinesi e guidato da uno dei più noti scienziati della compagnia: Renato Lombardi, impegnato nello studio delle tecnologie delle microonde usate nella comunicazione mobile e satellitare.

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Con la nuova lista diventano così oltre cento le affiliate di Huawei a essere nel mirino di Washington, tra cui, scrive il Nikkei Asian Review, primo a dare la notizia, oltre il 20% dei centri per l'innovazione di Huawei a livello globale. «Huawei – si legge in una nota – si oppone alla decisione del Dipartimento del Commercio Usa di aggiungere ulteriori 46 filiali alla cosiddetta Entity List. La decisione, in questo particolare momento, ha motivazioni politiche e non ha nulla a che vedere con la sicurezza nazionale. Tali azioni violano i principi di base della competizione sul libero mercato e non rispondono all'interesse di nessuno, neanche a quello delle aziende statunitensi. I tentativi di danneggiare Huawei non aiuteranno gli Stati Uniti a raggiungere la leadership tecnologica».

Da parte sua Ren Zhengfei, in una intervista concessa all’Associated Press, ha detto di non attendersi positivi aiuti o colpi di scena in questa diatriba con gli Usa, nonostante la proroga di 90 giorni al “ban”. Il senso complessivo della dichiarazione del fondatore e Ceo del colosso di Shenzhen va comunque nella direzioni di quanto già dichiarato in una intervista a vari quotidiani italiani, fra cui Il Sole 24 Ore, a fine luglio: Huawei è pronta a fare da sé, anche senza componenti Usa.

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Non a caso nei giorni scorsi nel corso della conferenza dedicata agli sviluppatori – svoltasi in Cina la scorsa settimana – Huawei ha svelato quello che in sostanza è il suo “Piano B”: il sistema operativo proprietario HarmonyOs. «Sia chiaro, la nostra prima scelta è e sarà sempre Android. Ma, se ce ne verrà impedito l'uso, faremo quel che dobbiamo fare» ha detto in quell’occasione Chenglu Wang, presidente del dipartimento software del Consumer business group del gigante cinese.

In tutto questo ora c’è da valutare l’impatto dell’aggiunta di Huawei Milano e centro di Segrate delle 46 nuove “affiliate” nella Entity List. Bocche cucite ma dalle parti di Huawei si punta a minimizzare spingengo a pensare che il tutto si declini più che altro in un atto “politico”, con pochi impatti pratici. «Il Centro di Segrate lavora principalmente con Europa e Cina». Difficile che il bando Usa possa impattare lasciano intendere. Ma c’è pur sempre da fare i conti con difficoltà di approvvigionamento dalle aziende americane. E i partner di Huawei in Italia - fra cui 14 università - si troverebbero nella condizione di avere a che fare direttamente con realtà colpite da un ban Usa. Di certo l’ennesima schermaglia va a rendere, se possibile, il quadro ancora più complicato.

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