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I 100 anni di Fiorenzo Magni: vita e trionfi del “terzo uomo” tra Coppi e Bartali

Il ciclista toscano, morto nel 2012, fu uno dei più forti e determinati corridori del dopoguerra, l'unico, in quel ciclismo dominato e fagocitato da Coppi e Bartali, a ritagliarsi uno spazio autonomo, a partire dalle vittorie nelle classiche del Nord

di Dario Ceccarelli

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(Roger Viollet via Getty Images)

Il ciclista toscano, morto nel 2012, fu uno dei più forti e determinati corridori del dopoguerra, l'unico, in quel ciclismo dominato e fagocitato da Coppi e Bartali, a ritagliarsi uno spazio autonomo, a partire dalle vittorie nelle classiche del Nord


5' di lettura

Evidentemente, a Fiorenzo Magni, il numero tre gli si addice. È destino. Tre Giri d’Italia, tre Giri della Fiandre, tre Giri del Piemonte, tre campionati italiani, tre Trofei Baracchi. I suoi magnifici trionfi van di tre in tre.

Un numero perfetto, ma anche segnato perchè, alla fine, quel numero tre a Magni, nato 100 anni fa, il 7 dicembre 1920 a Vaiano Prato, gli rimase incollato come un marchio, o un tatuaggio se volete adeguarvi ai tempi.

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Lui infatti, uno dei più forti e determinati corridori del dopoguerra, diventò “ il terzo uomo” perchè fu l'unico, in quel ciclismo dominato e fagocitato da Coppi e Bartali, a ritagliarsi uno spazio autonomo, a preservarsi con le unghie e coi denti un sua precisa collocazione. Non era facile.

Milano-San Remo 1956: Fiorenzo Magni (Photo by RDB/ullstein bild via Getty Images)

La vita (e il ciclismo) come lotta

«Per me la vita è lotta», diceva Magni quando gli chiedevano da dove pescasse tante energie e volontà. «Non mollo, non mollo mai. Certo, Coppi e Bartali stanno più in alto di me, che discorsi... Ma devono stare attenti, quei due, perché appena mi lasciano un pertugio aperto io mi ci infilo dentro. E anche per loro, son dolori…».

Fa un certo effetto, a un secolo dalla sua nascita, ripensare a Fiorenzo Magni, detto anche “Il Leone delle Fiandre” perchè un caricaturista belga, dopo la sua terzo vittoria (1951) nella mitica corsa dei “muri”, ritrasse Magni come un maestoso leone uscito dalla bocca di un cannone. Un'immagine che, pur non vantandosene, gli è sempre piaciuta.

Fa effetto, dicevamo, ripensare alla storia di Magni e al ciclismo del dopoguerra perché si avverte quanto siano lontani - ma non solo in termini temporali - quei tempi rispetto ai nostri. È come se fossimo non in un'altra epoca, ma in un'altra galassia, in un mondo quasi irriconoscibile per valori condivisi, abitudini e capacità di sopportare i sacrifici e i dolori della vita. Non migliore o peggiore, ma diverso, lontanissimo.

Tempra d’acciaio

Prendiamo il Giro d'Italia del 1956, quello in cui Magni si frattura una clavicola, e la sua celebre foto in cui regge il manubrio con una camera d'aria stretta tra i denti fa il giro del mondo. O come si dice oggi diventa “iconica”. Lui la raccontava così: «I medici mi consigliano il ritiro, ma io non ne voglio sapere perchè è ormai il mio ultimo giro. Prendo un po' di novocaina e via. Va abbastanza bene fino alla cronoscalata Bologna-San Luca, in salita. Non potendo far leva sul manubrio, il mio meccanico, Faliero Masio, prende una camera d'aria e ne fissa una estremità al manubrio. L'altra estremità la stringo tra i denti. Così riesco a far forza e a correre…». Già qui siamo nel mito. Ma la storia si fa ancora più epica perchè il giorno dopo Magni cade di nuovo proprio sulla spalla fratturata.

«Svengo per il dolore, ma quando mi stanno portando via con l'autoambulanza, fermo tutti, prendo la bici e mi rimetto in corsa…». Una storia che se non fosse vera, sembrerebbe inventata da cronisti fantasiosi in vena di “fake news”. La cosa stupefacente che in quel Giro, deciso da una furibonda tappa di pioggia e di neve sul Monte Bondone (vinta da Charly Gaul), Magni riesce a classificarsi secondo. «Alla fine di tutto, il medico del Giro, il professor Pioli, mi ha dato del matto. Ma per me il ciclismo era quella cosa lì. Un mestiere che mi ha permesso di vivere bene. E che andava onorato».

trial Lugano 1950: Fiorenzo Magni (Photo by ATP/RDB/ullstein bild via Getty Images)

In mezzo a due giganti, senza sfigurare

Il terzo uomo era fatto così. Testardo, caparbio fino all'autolesionismo e comunque poco disposto a fare il vaso di coccio tra quei due vasi di ferro che erano Coppi e Bartali: in quel ciclismo che era sport popolarissimo, più del calcio di adesso. Non c'era la tv, solo la radio informava sulla corsa. E la gente - a milioni - stava ore e ore in strada ad aspettare che passassero quei corridori che, senza il ciclismo, avrebbero fatto i contadini o i muratori.

Era un Italia piena di macerie e di ferite da ricucire. E “quei due”, Coppi e Bartali, erano i loro simboli che pedalando facevano cose pazzesche. Anche vincere in Francia dove ci insultavano e ci sfottevano perchè “les Italiens” non erano usciti molto bene dalla guerra. E in quel clima, in quel duello tra il leggendario Fausto e il grande Gino, Fiorenzo Magni si inserì senza sfigurare, anzi. «Ogni volta dovevo inventarmi qualcosa» raccontava Magni quando ormai era un distinto uomo d'affari e capo tribù di una numerosa famiglia di figli e di nipoti.

Potente passista, con una struttura più robusta dei suoi rivali, il terzo uomo fatica soprattutto in montagna, proprio nel terreno preferito di Coppi e Bartali. «Per fortuna facevo presto a recuperare le forze così, quando scollinavo, mi buttavo giù come un matto in discesa. Se ero forte in discesa? Certo, ma per necessità. In salita, perdevo, in picchiata recuperavo».

Fiorenzo Magni, 1951 (Photo by RDB/ullstein bild via Getty Images)

Determinato e ironico

Determinato, ma anche auto ironico. In occasione del suo 90esimo compleanno ci spiegò così la sua ricetta per stare in forma: «Ci sono delle regole da rispettare nell'alimentazione ma anche nel matrimonio. Mia moglie è stata una santa, mi sopporta da 60 anni senza fare una piega. Devo ringraziarla ancora. Da giovani non è facile rinunciare, da sposini poi… Si saltava sempre, fare l'amore, dico. Arriva la Sanremo e saltiamo. Il Giro delle Fiandre, e saltiamo. Non parliamo del Giro d'Italia, era tutto un gran saltare, insomma. Ma il Padre Eterno è saggio: dice che quello che non hai fatto prima, lo puoi fare dopo».

Asciutto, vigoroso, già stempiato in gioventù. Magni, pur non contando su tanti tifosi (erano quasi tutti coppiani o bartaliani) gode del rispetto generale. Amico di Coppi («Un grande uomo e un campione incommensurabile»), Magni era anche molto legato ad Alfredo Martini, come lui toscano e per più di vent'anni alla guida come commissario tecnico del ciclismo azzurro su strada. Erano amici, amicissimi. «Ogni giorno ci telefonavamo per raccontarci qualche cosa. Lui era di sinistra, io di destra, ma eravamo come fratelli. Alla fine della guerra, fu Alfredo, in tribunale, a tirarmi fuori dai pasticci quando mi accusarono d'aver collaborato coi fascisti. Lo ricorderò per sempre…».

Quel Giro d’Italia del ’55

È lunga, lunghissima la vita non solo sportiva di Magni. Anche perchè è costellata di mille episodi entrati ormai nella leggenda. Come nel Giro del 1955 quando a due tappe dalla conclusione (con Gastone Nencini in maglia rosa e tutti i giornalisti ormai partiti verso Milano), Magni si inventa un colpo di mano nella tappa di San Pellegrino Terme approfittando di una foratura dello stesso Nencini. Aiutato da Coppi (cui andrà la vittoria di tappa) Magni ribaltò la classifica conquistando il Giro d’Italia.

Non mollava mai, Magni. Era fatto così. Duro, ma incapace di rancore. L'unico suo vero motivo di screzio con Bartali fu proprio perchè, nel Tour del 1950, costrinse tutta la squadra italiana al ritiro. «Gino fu insultato dai francesi, lo capisco. Ma io ero maglia gialla, e avrei potuto arrivare primo a Parigi. Lo disse anche il grande Goddet, il direttore del Tour. Io mi adeguai, perchè sono disciplinato. Ma quello fu un grave errore. E a Gino gliel'ho sempre detto».

La mostra fotografica

Restano tante altre cose, in sospeso, di Fiorenzo Magni, terzo uomo nel ciclismo del dopoguerra, ma primo per coraggio e intelligenza. Fu anche il primo a introdurre nel 1953 gli sponsor nel ciclismo. C'erano molte resistenze, la sua squadra la Gs Nivea non era vista bene. Alla Roubaix non volevano accettarla. Ma intervenne Fausto Coppi che tuonò: «O prendete Magni o non vengo», disse il campionissimo. E da allora nessuno si mise più in mezzo. Ci fermiamo qui. Ma se volete saperne di più sulla carriera di questo inossidabile campione, anche in tempi di pandemia, fate un bel viaggio virtuale al Museo del Ghisallo di Magreglio dove è stata allestita una suggestiva mostra fotografica e digitale (MAGNIFICO), che ne ripercorre vita e imprese. Un omaggio ben documentato (in attesa di godervi quello “vero”), a un corridore e un uomo, che questa volta, è giustamente il primo.

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