il piano per il sud

I 20 miliardi anticipati dal Fsc dovranno essere reintegrati

Il Servizio Bilancio del Senato chiarisce la necessità di preservare l’addizionalità

di Carmine Fotina

Il Servizio Bilancio del Senato chiarisce la necessità di preservare l’addizionalità


3' di lettura

Ci sono tracce del Piano Sud 2030 presentato un anno fa. C’è un robusto anticipo di risorse del Fondo sviluppo e coesione. E c’è la promessa di una quantificazione puntuale della quota complessiva di risorse destinata al Mezzogiorno nella versione finale delle linee progettuali. Sono tre punti centrali nella lettura del testo del Recovery Plan trasmesso dal governo al Parlamento.
L’impegno maggiore viene preannunciato in riferimento alle infrastrutture, in misura di circa il 50% degli investimenti sulla rete ferroviaria (26,7 miliardi in totale di cui 15,5 di progetti nuovi), tra i quali spiccano l’estensione dell'Alta Velocità al Sud, lungo la Napoli-Bari, e la velocizzazione della Salerno-Reggio Calabria. Per i porti meridionali si prevedono 1,6 miliardi in termini di interventi nuovi per azioni collegate alle zone economiche speciali e per lo sviluppo dei porti minori anche in chiave turistica. Nel settore della ricerca, il Piano dovrebbe riservare al Mezzogiorno circa metà del miliardo e 600 milioni di investimenti per la creazione di sette centri per l’innovazione nelle tecnologie di frontiera e «una quota significativa» dei 750 milioni che dovranno sostenere la filiera della microlettronica.
Saranno in particolare le aree metropolitane del Sud (Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo), insieme a quella di Roma, a beneficiare degli 1,5 miliardi destinati a potenziare gli impianti per il ciclo dei rifiuti, così come nel Piano si parla di interventi «collocati prevalentemente» al Sud per il miglioramento delle reti idriche e di una fetta superiore al 34% (quota prevista per legge nel caso di spese ordinarie per investimenti della Pa centrale) per il progetto «Energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile», che vale nel complesso 8 miliardi comprensivi di 1,2 miliardi per le aree di Taranto-ex Ilva e del Sulcis in Sardegna. Rappresentano una voce a sé del documento le azioni specifiche per le politiche di coesione: 4,2 miliardi di cui 600 milioni per “Ecosistemi” pubblico-privato per il trasferimento tecnologico da realizzare in contesti urbani marginalizzati del Sud.
Infine, peseranno sul computo finale gli oltre 8,7 miliardi provenienti dal programma React-Eu (il 67,4% dei 13 destinati all’Italia) ripartiti in sei grandi macroaree: lavoro (4,1 miliardi per decontribuzione Sud e bonus assunzioni giovani e donne), inclusione sociale (1,2 miliardi), transizione ecologica (1,7), sanità (580 milioni) istruzione e scuola digitale (560 milioni), innovazione e garanzie sul credito (585 milioni).
Merita un discorso a parte l’operazione con la quale il governo ha anticipato la programmazione di 20 miliardi del Fondo sviluppo e coesione agganciandoli al Piano. Il Servizio Bilancio del Senato, nel dossier pubblicato il 26 gennaio, evidenzia la necessità di garantire il reintegro di queste risorse per preservarne l’addizionalità rispetto sia alle politiche ordinarie sia allo stesso Recovery Fund. Ponendo inoltre dubbi in merito agli impatti sul deficit.
I tecnici del Senato spiegano che i prestiti del Recovery saranno utilizzati in funzione sostitutiva (e più economica) di finanziamento del Fondo sviluppo e coesione rispetto ai titoli del debito pubblico, «a copertura del fabbisogno corrispondente a una spesa già inclusa nelle previsioni tendenziali di spesa». Ma c’è anche da prevedere che l’anticipazione della programmazione Fsc nell’ambito del Recovery Plan consenta un’accelerazione della spesa «rispetto a quanto previsto negli andamenti tendenziali, con un conseguente effetto peggiorativo dell’indebitamento netto». A maggior ragione «il ripristino delle dotazioni del Fsc assorbite dal Recovery Fund - sottolinea il Servizio Studi - appare necessario al fine di garantire l'effettiva addizionalità delle risorse destinate da tale dispositivo alla coesione territoriale». È vero, aggiungono i tecnici del Senato, che il Piano fa riferimento a una scansione temporale di restituzione che sarà prevista nel Def 2021, ma «non appaiono evidenti le ipotesi considerate al fine di prefigurare con certezza un effetto macroeconomico tale da assicurare il pieno reintegro delle risorse del Fsc».

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