L’altra faccia del made in Italy

I big globali del lusso si affidano ai manager italiani

di Giulia Crivelli

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Alessandro Bogliolo ( ceo di Tiffany), Francesca Bellettini (ceo di Yves Saint Laurent) e Marco Gobbetti (ceo di Burberry)

3' di lettura

Nemo propheta in patria, una frase latina che non sembra valere per gli italiani né per i francesi, almeno nel mondo del lusso e almeno per i top manager del settore. I primi sono profeti in patria e all’estero: sono saldamente ai vertici delle aziende italiane dell’alto di gamma e di alcuni tra i più importanti gruppi francesi, inglesi e americani. Quanto ai francesi, sono senz’altro profeti in patria – non solo nel lusso – molto meno fuori. Se i manager francesi ambiscono a posizioni apicali all’estero, non sempre i risultati sono positivi.

Il caso più recente è quello di Frédéric Cumenal, chiamato come ceo da Tiffany dopo una brillante carriera in Lvmh e congedato senza troppo onore dopo meno di due anni, nel febbraio scorso. Il suo posto è stato preso non da un americano, bensì dall’italiano Alessandro Bogliolo, ex amministratore delegato di Diesel e prima manager in Bulgari. Tiffany è un simbolo e un motivo d’orgoglio per gli americani: si è imposto nel mondo come marchio di punta in un settore, quello della gioielleria, plasmato nei secoli dal gusto e dal know how sviluppato in Europa, Asia e India. Uomini (e donne) dei miracoli nati in Italia si trovano anche ai vertici di altri settori del lusso, dall’abbigliamento alla cosmesi, al design.

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Reduce dal turn around di Céline è Marco Gobbetti, nominato un anno fa chief executive officer di Burberry ed entrato in carica all’inizio di luglio, dopo un “apprendistato” di sei mesi come presidente Asia e Medioriente. Gobbetti ha l’arduo compito di risollevare ricavi e redditività del più famoso marchio inglese del lusso, che ha chiuso il 2016 con utili in calo del 21% e un fatturato sceso del 2% a 2,8 miliardi di sterline. Da Yves Saint Laurent (gruppo Kering) è stata Francesca Bellettini a portare un tocco magico: dal suo arrivo, nel 2013, il fatturato della storica maison francese è cresciuto a doppia cifra. “La donna da un miliardo di euro” era il titolo del profilo che Le Monde le dedicò alla pubblicazione dei dati 2016, quando fu superata la soglia dei mille milioni di ricavi (cresciuti di un altro 29,7% nel primo semestre 2017, che si è chiuso a 711 milioni).

Lontano dai riflettori ma non per questo meno influente è Antonio Belloni, direttore generale di Lvmh, il più grande gruppo del lusso al mondo. Il manager è anche membro del cda di Lvmh e presidente del comitato esecutivo e viene considerato il braccio destro di Bernard Arnault, fondatore e ceo del colosso francese. Si dice che ci sia lui dietro alla cooptazione in Lvmh di altri italiani, scelte rivelatesi vincenti, da Riccardo Tisci come direttore creativo di Givenchy a Maria Grazia Chiuri, prima donna a guidare l’ufficio stile di Dior .

Per tornare agli Stati Uniti citiamo Franco Bianchi, ceo di Haworth, la società americana che controlla Poltrona Frau, sinonimo di arredamento di lusso, e Fabrizio Freda, al vertice di Estée Lauder, leader mondiale nella cosmetica di alta gamma. In tre anni Freda è passato dall’80° al 27° posto della classifica dei migliori ceo del mondo della Harvard Business Review. E chissà che nell’edizione 2017, che verrà pubblicata in novembre, non scali altre posizioni: il 2017 si è chiuso in crescita del 5% a quasi 12 miliardi di dollari.

Negli Stati Uniti hanno fatto fortuna anche Claudio Del Vecchio, che nel 2001 si comprò il più antico marchio di abbigliamento americano, Brooks Brothers, orchestrandone il rilancio globale, impresa in cui gli inglesi di Marks&Spencer avevano fallito.

Nel mondo dei department store britannici fece il miracolo l’italiano Vittorio Radice, tornato in Italia dopo aver firmato il turn around di Selfridge’s per guidare quello della Rinascente: talmente riuscito che Central Retail Corporation, la società thailandese che nel 2011 ha comprato La Rinascente, gli ha affidato lo sviluppo in Europa. Missione ben avviata, con le acquisizioni di KaDeWe in Germania e Illum in Danimarca, alle quali, sono parole dello stesso Radice, sarà applicato il “modello Rinascente”.

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