AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùL’ATTACCO ALLA SIRIA

I calcoli sbagliati di Erdogan tra geopolitica e crisi economica

di Riccardo Sorrentino

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3' di lettura

È un conflitto antico. I motivi dell’invasione sono però attualissimi. L’avversione della Turchia nei confronti di qualunque tentativo di indipendenza curda ha presupposti profondi. In passato condivisi anche da Iraq e Siria, oltre che dall’Iran.

Il nodo del Kurdistan curdo
A maggioranza curda sono infatti le province sudorientali del Paese (come quelle settentrionali degli altri due Stati mediorientali) e ogni rivendicazione di indipendenza minaccia l’integrità del territorio governato da Ankara, ma anche la tenuta di un delicato, instabile equilibrio tra i tre Paesi, dai confini in parte astrattamente disegnati dal colonialismo occidentale.

L’equilibrio perduto
In passato, la repressione contro i curdi era, per così dire, lineare. Ogni Stato teneva sotto controllo la comunità che viveva sul proprio territorio. Oggi però Iraq e Siria sono molto più deboli, e qui la comunità curda gode di una ampia ma incerta autonomia (e qualche potere economico: il nord dell’Iraq è ricco di petrolio).


Un vuoto di potere
È un vuoto di potere che la Turchia vuole riempire. Nella sua decisione, Erdogan ha quindi dato rilievo a motivi geopolitici e strategici; e su questo piano i suoi calcoli sembravano tornare. Il via libera - poi ridimensionato - di Trump sembra voler riconquistare un paese Nato pericolosamente incline a legarsi alla Russia. L’Europa, che conta su Ankara per bloccare i flussi di rifugiati siriani, ha oggettivamente poco spazio per intervenire.

Dal leninismo...
Qualcos’altro è però cambiato. Un tempo la circostanza che il partito indipendentista - e paramilitare - Pkk di Abdullah Ocalan avesse un orientamento marxista-leninista permetteva a Turchia, Iraq e Siria di godere di una sorta di benevolo disinteresse da parte della comunità internazionale su quanto accadeva ai curdi.

...al socialismo libertario
Ocalan (oggi all’ergastolo) è però diventato un socialista libertario: ha adottato le idee di Murray Bookchin, compatibili con i costumi della sua gente; e oggi il Rojava indipendente, nel nord siriano, ha una costituzione simile a quelle occidentali (con una forte, e tradizionale, attenzione alle donne).

La lotta contro l’Isis
Il ruolo importante che le combattenti e i combattenti curdi hanno avuto nella lotta all’Isis ha poi reso definitivamente più benevolo l’atteggiamento della comunità internazionale e soprattutto delle opinioni pubbliche di molti paesi. Le contorte decisioni di Trump, che non si è reso subito conto di quanto danno alla credibilità degli Usa verso tutti gli alleati potesse creare l’abbandono dei curdi all’invasore turco, lo dimostrano ampiamente.

Il fronte interno di Erdogan
Non meno insidioso è però il “fronte interno”, con i suoi risvolti economici. Erdogan, dopo il fallito colpo di Stato a suo danno e la dura repressione, perde potere. Istanbul, che genera circa il 30% del Pil del Paese con un reddito pro capite equivalente a quello del Canada, è oggi in mano alle opposizioni.

L’avversario Chp
Il suo maggior avversario è il Chp, il partito popolare repubblicano, laico, che si propone di superare le tensioni ideologiche, religiose ed etniche. Rinfocolare le tensioni - anche a costo di rischiare una recrudescenza del terrorismo curdo - può essere un’opzione, per un leader spregiudicato come Erdogan.

Un popolo senza nazione
È un gioco pericoloso, però. La guerra ai curdi non è un conflitto in grado di compattare la “nazione” nel nome di un avversario comune: fino a un quarto della popolazione è curda. Incertezze e tensioni potrebbero anche esacerbare la crisi economica.

Un Paese in recessione
La Turchia è in recessione, il Pil potrebbe chiudere il 2019 - secondo l’Fmi - in calo del 2,5% con un’inflazione al 17,5% media annua mentre la disoccupazione era pari a fine 2018 al 12,7%. La lira turca è quindi sotto pressione da mesi, in un Paese in cui entro un anno scadono oltre 170 miliardi di dollari di debiti esteri, sul rinnovo dei quali pende la minaccia di un’improvviso prosciugarsi dei flussi finanziari oggi in arrivo nel Paese.

Un calcolo poco accorto
Erdogan ha quindi di fronte una comunità internazionale non del tutto indifferente come aveva sperato e investitori pronti a ritirare il credito concesso al primo segnale di eccessiva incertezza. Non è stato, il suo, neanche un calcolo accorto.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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