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I campioni degli hedge aumentano il pressing: azioni per 82,2 miliardi

L’attivismo si trasforma. Nella prima metà di quest’anno sono state lanciate 107 campagne attiviste su 99 società target

di Antonella Olivieri

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L’attivismo si trasforma. Nella prima metà di quest’anno sono state lanciate 107 campagne attiviste su 99 società target


3' di lettura

L’attivismo si trasforma. Nella prima metà di quest'anno sono state lanciate 107 campagne attiviste su 99 società target. Benché in linea con il trend degli ultimi anni – nota il rapporto Lazard sul settore - i numeri sono sotto del 25% rispetto ai record dello scorso anno. E tuttavia i primi dieci player hanno aumentato ancora il capitale impegnato nelle loro battaglie per il cambiamento: dai 75,5 miliardi di dollari del primo trimestre le posizioni in essere sono cresciute a 82,2 miliardi di dollari a fine giugno. Le nuove posizioni si sono concentrate su industria e su energia e infrastrutture (23% della torta per ciascun comparto), le tlc – cinque società target nel semestre – sono balzate al quinto posto col 7% delle risorse convogliate sul settore rispetto a una media del 2% nel triennio precedente. In caduta invece l'interesse per le istituzioni finanziarie, cui è andato solo l'1% dei nuovi investimenti attivisti (0,6 miliardi di dollari, spalmati su cinque operazioni) rispetto alla media del 10% nel triennio.

La classifica

Elliott continua a dominare la classifica con 3,4 miliardi di dollari impegnati in sei nuovi dossier su un totale di 17,4 miliardi di posizioni attiviste esistenti. Seguono ValueAct con 11,7 miliardi di dollari (nessuna nuova iniziativa nel primo semestre) e Third Point con 10 miliardi (di cui 1,5 di due nuove posizioni). Il più attivo nel semestre è stato però Starboard con dieci nuove campagne per 1,2 miliardi di dollari grazie alle quali si è piazzato al nono posto con 4,1 miliardi di dollari impegnati complessivamente.

Focus M&A

Il 46% delle nuove campagne attiviste si basa su istanze di M&A (ripartite tra vendere la società, realizzare un break-up, intervenire su deal in corso), contro una media del 33% negli ultimi cinque anni. Il secondo trimestre in particolare è stato caratterizzato dall'opposizione a grosse operazioni.

Movimenti in consiglio

Complessivamente i fondi attivisti hanno guadagnato 81 posti in consiglio della prima metà dell'anno, ma il 91% dei posti è stato ottenuto grazie a accordi. Gli scontri non sono stati molto fortunati, visto che delle 19 campagne che sono arrivate alla conta in assemblea gli attivisti hanno prevalso solo in tre casi.

Record di liste “lunghe” presentate per il board, 14 in tutto, che però hanno ottenuto 21 posti contro i 99 contesi. Gli attivisti hanno comunque l'effetto di scuotere il management visto che il tasso di avvicendamento dei ceo nelle società interessate dalle loro iniziative è stato del 19% contro il 12% dei normali turnover.

La geografia dei target

Crescono i target fuori dagli Usa: il 45% contro il 37% di un anno prima. Il Giappone è stato il primo Paese preso di mira. Ma l'Europa – con il 20% dei capitali puntati su nuove iniziative – sopravanza ancora l'area Asia-Pacifico (18%). Nel Vecchio continente in particolare le campagne si sono indirizzate su target di dimensione inferiore a quella tradizionale di 1-10 miliardi di dollari, con focus sull'M&A. I target delle campagne del 2018 hanno sottoperformato gli indici di riferimento, in particolare gli attivisti non sono riusciti a creare valore in Germania e Francia. Meglio è andata nel primo semestre di quest'anno, con un recupero in particolare delle società attenzionate tedesche.

Il virus attivista

L'attivismo ha contagiato anche i fondi tradizionali, che nel semestre hanno fatto sentire pubblicamente la loro voce per contestare operazioni non condivise, utilizzando – sottolinea il report di Lazard – tattiche propie degli attivisti per influenzare le stretegie delle società. In assenza di campagne attiviste in corso, i fondi tradizionali in alcuni casi hanno svolto un ruolo di supplenza, presentando anche candidati per il cda (Neuberger Berman a Verint, M&G a Methanex).

Giocatori in trasferta

Le operazioni internazionali sono terreno fertile per le iniziative “attive” degli investitori. Ne sanno qualcosa anche i campioni di casa nostra. Sette fondi – quelli tradizionali, incluso Fidelity – hanno provato a inserirsi nella “dialettica” tra Luxottica e Essilor sulla scelta del futuro ceo proponendo (in Francia, dove ha sede il colosso degli occhiali) due amministratori indipendenti. Non è andata bene, perché i due candidati non sono stati eletti, ma i due contendenti hanno concordato una tregua. Nell'operazione Fca-Renault – terreno di gioco sempre la Francia – il fondo attivista Ciam ha spedito una lettere al board della casa automobilistica transalpina per annunciare la propria opposizione in quanto riteneva che i termini dell'accordo sottovalutassero Renault. Non è stata esente da contestazioni neanche la terza gamba del deal con i proxy advisor dei fondi, Iss e Glass Lewis, che hanno chiesto la testa del ceo di Nissan. Hiroto Saikawa è rimasto al suo posto, ma gli azionisti hanno votato per nuovi e indipendenti comitati nomine e remunerazioni. L'offerta di Fca alla fine è stata ritirata, non per le iniziative degli investitori, ma non è detta ancora l'ultima parola.

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