Opinioni

I capitali cinesi e il dibattito che non c’è

di Andrea Goldstein

(AdobeStock)

3' di lettura

Tra i motivi per cui è erroneo definire nuova Guerra fredda lo stato attuale delle relazioni internazionali, forse il principale è che i legami economici e finanziari tra i due contendenti, Stati Uniti e Cina, sono infinitamente più intensi di quanto lo siano mai stati quelli tra Washington e Mosca. Un semplice dato: nel 1990, anno di maggior interscambio, le importazioni americane dall’Unione Sovietica equivalsero a ciò che nel 2020 la Cina ha venduto agli Stati Uniti in un giorno e 21 ore.

È negli investimenti internazionali che meglio si manifesta questa differenza. Nessuna impresa sovietica operava oltrecortina (anzi, con l’eccezione degli aerei prodotti da Tupolev e Ilyushin, chi avrebbe saputo indicare un marchio falce-e-martello?), mentre oggigiorno sono decine se non centinaia le multinazionali cinesi in tutti i settori economici (tranne, ironia della sorte, l’aerospaziale) e le imprese in Occidente che hanno un padrone cinese. Non sorprende allora che negli ultimi anni, man mano che cresceva la diffidenza verso Pechino, si siano inasprite le misure di contenimento verso gli investimenti cinesi e più in generale i controlli su quelli esteri.

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L’anno scorso era stato il Giappone a identificare 518 società quotate (poco meno di un settimo del listino) in cui ogni partecipazione estera superiore a 1% andava notificata, quest’anno è stato il turno del Regno Unito. Il National Security and Investment Bill 2019-21, presentato alla Camera dei Comuni a novembre, prevede che il governo possa decidere di valutare le implicazioni per la sicurezza nazionale di acquisizioni in “settori sensibili” (la lista provvisoria ne elenca 17, la consultazione si è conclusa il 6 gennaio) per i cinque anni successivi all’annuncio (e quindi anche dal 2016), obbliga gli acquirenti a richiedere l’approvazione preventiva e consente d’imporre misure di rimedio e sanzioni per mancata ottemperanza. Le maglie del nuovo regime sono molto strette: mentre quelle attuali catturano ogni anno una dozzina di operazioni, esaminate dalla Competition and Markets Authority, in futuro almeno un migliaio verranno notificate e un centinaio andranno sottoposte a review. A tal fine, all’interno del Department for Business, Energy and Industrial Strategy (il Mise britannico) è stata creata la Investment Security Unit. In questo scorcio del 2021, l’Australia ha bloccato un’acquisizione cinese nelle costruzioni, applicando nuove regole entrate in vigore il 1° gennaio, mentre le mire di Couche-Tard su Carrefour si sono arenate di fronte al parere negativo a priori del governo, timoroso che dei canadesi possano danneggiare la sicurezza alimentare francese.

In Italia, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha recentemente licenziato una Relazione sulla tutela degli asset strategici nazionali nei settori bancario e assicurativo. L’analisi si concentra sulle ingerenze che soggetti esteri esercitano nell’economia italiana e sui rischi che le soggiacenti motivazioni vadano ritrovate in strategie ambigue, dove gli elementi strettamente economico possono essere meno rilevanti di quelli di politica industriale. Giustamente il Copasir osserva come nel contesto del Covid-19 e della recessione, che interviene dopo due decenni di scarsissima crescita, l’Italia sia particolarmente vulnerabile agli appetiti di Stati sovrani. Desta peraltro qualche sorpresa che la Relazione dedichi molta attenzione agli investimenti francesi in Italia: che sono certamente importanti nel settore della finanza e sono accompagnati (in società dove peraltro sono poche le azioni detenute da investitori francesi, tantomeno statali) dalla presenza di manager transalpini in posizioni apicali, ma che ben difficilmente configurano una minaccia per la sicurezza nazionale. La Cina merita un addendum ricco di dati sulla penetrazione dei suoi capitali nel tessuto produttivo italiano, in cui stranamente non è fatta menzione del fatto che la stragrande maggioranza degli investimenti sia riconducibile a imprese pubbliche.

Definita dalla Commissione europea a marzo 2019 «un concorrente economico e un rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance», la Cina ha appena firmato un Comprehensive Agreement on Investments con l’Ue. Sono stati necessari 35 incontri tra i negoziatori per definire un testo che, una volta ratificato dall’Europarlamento, sostituirà gli attuali 27 trattati bilaterali tra ciascun Stato membro e Cina. Tale testo non è ancora disponibile, ma è probabile che contenga garanzie reciproche riguardo al processo di approvazione degli investimenti in settori strategici. È importante che anche in Italia se ne discuta, riconoscendo il contributo che i capitali cinesi possono dare alla ripresa economica, ma anche i rischi di oggettivo depauperamento che possono insorgere. In compenso, è auspicabile rinunciare ad alimentare pericolosi sentimenti anti-francesi che sicuramente indeboliscono l’Europa e pertanto l’Italia stessa.

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