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I colori della Magnum nella mostra fotografica curata da Giorgio Armani

L’esposizione che mette a confronto 10 grandi fotografi internazionali è fino al 6 novembre all’Armani/Silos

di Grazia Lissi

2' di lettura

La mostra “Magnum Photos Colors, Places, Faces” a cura di Giorgio Armani è un dialogo fra dieci fotografi internazionali -alcuni ancora in attività- e la loro idea precisa e visionaria di fotografia; fino al 6 novembre presso Armani/Silos di Milano, via Bergognone, 40 (www.armanisilos.com). Per staccarsi dal luogo comune che racconta Magnum, l'agenzia fondata settantacinque anni fa da Robert Capa, Henry Cartier-Bresson, “Chim” Seymour e George Rodger come quella “dal grande archivio in bianco/nero” l'esposizione sceglie alcuni fotografi coloristi dagli anni Cinquanta fino a oggi si sono espressi attraverso macchine fotografiche analogiche e pellicole o con le digitali.

Le foto a colori

Le foto a colori in mostra confermano sia il desiderio di rinnovare un passato glorioso sia un presente d'immagini potenti perché Magnum è viva, oggi più che mai. Ecco Werner Bischof, nato in Svizzera nel 1916, arrivato a New York nel 1953 armato di reflex e rullini, attraversa gli Stati Uniti durante il boom economico, auto lussuose, cartelli stradali o pubblicitari; in ogni scatto Bischof ci consegna il suo stupore. Nel percorso espositivo s'incontra Alex Webb, americano, classe 1952, le sue immagini dell'America Latina e dei Caraibi hanno colori densi, i contrasti culturali si tingono di leggerezza e gioia. L'artista belga Harry Gruyaert non racconta ma sperimenta; nella serie “Shores” indaga i confini fra terra e acqua, natura e civiltà, nei suoi paesaggi un'inquietante armonia. Riflessi e ombre, piani sfocati e sfondi nitidi, le città di “Tokyo” e “Venice” del russo Gueorgui Pinkhassov, sembrano irraggiungibili.

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Cristopher Anderson

Le immagini di Cristopher Anderson, canadese, cinquantadue anni, dedicate a “China” sono surreali e rivelano un artista originalissimo (anche nella sua voglia di mettersi e metterci alla prova), assolutamente da conoscere; ogni inquadratura rimuove l'ambiente in cui è stata realizzata, giovani volti sfuggenti fissano smarriti l'obiettivo. Ogni sguardo è anonimo, sembra annunciare un futuro economico, tecnologico inquietante. Impossibile non riconoscere nelle foto di Martin Parr, settant'anni, l'umorismo britannico, tra comico e tragico, ogni scatto è piacevolmente arguto. Nata nel 1980 Olivia Arthur, inglese, ambienta a Dubai la sua storia: la protagonista, una persona scampata cinquant'anni fa a un naufragio vuole ritornare nella sua città, ma non la riconosce. Negli anni Sessanta a Dubai vivevano novantamila abitanti, oggi sono due milioni. Il racconto fotografico si sviluppa fra nuove architetture, quartieri, fra meraviglia e angoscia.

“Architecture” di René Burri

Le “Architecture” di René Burri, scomparso nel 2014 a ottant'anni, sono linee grafiche, tagli nitidi e precisi; durante la costruzione di Brasilia Burri trova l'ispirazione per la sua idea di città ideale; importanti le foto scattate in Messico seguendo i lavori dell'amico architetto Luis Barragán; la luce rivela contemplazione, pace, linee perfette si alzano verso il cielo.

La forza di questa mostra, di questi fotografi, di autori come Anderson o Tavakolian o Pinkhassov è di ricordare un mondo che se non fosse stato fermato da loro continueremmo a ignorare. La mostra sostiene i progetti di Save the Children, l'Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, dedicati al contrasto della povertà educativa e dell'abbandono scolastico.

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