Il nuovo modello Emilia-Romagna

IL VINO DAI GRANDI NUMERI

I colossi delle coop alleati per lo spumante Romagna

di Giorgio dell'Orefice


3' di lettura

Tra la fine ’800 e gli inizi del XX secolo lo spumante in Romagna già si produceva e qualcuno lo chiamava addirittura Champagne, visto che al tempo ancora non esistevano le denominazioni d’origine ed era possibile farlo senza incorrere in sanzioni. E quella produzione romagnola veniva riconosciuta come un’eccellenza. Poi un lungo oblìo e una tradizione sopravvissuta solo a livello di nicchia.

Adesso le basi per un grande rilancio che passa dalla modifica del disciplinare della Doc Romagna, approvata il 30 maggio e che ha decretato la nascita delle due nuove tipologie “Romagna Doc Bianco spumante” e “Romagna Doc Rosato spumante”. Etichette che saranno sul mercato solo con la vendemmia 2019. Il primo dovrà essere realizzato con almeno il 70% di uve Trebbiano e il secondo invece con almeno il 70% di uve Sangiovese. Per il restante 30% potranno essere utilizzati altri vitigni autoctoni o internazionali come Albana, Chardonnay o Pinot grigio. La fermentazione sarà in bottiglia o in autoclave, cioè con metodo Charmat. A chiudere il cerchio un marchio collettivo, Novebolle, a disposizione dei soci del Consorzio Doc Romagna, dove “nove” fa riferimento ai nove colli romagnoli ma anche al Novecento, l’epoca d’oro degli spumanti di questo territorio.

Ma l’elemento che può far compiere al progetto il definitivo salto di qualità è la discesa in campo di due colossi della cooperazione emiliano-romagnola: Cevico e Caviro. Le due cooperative titolari di brand popolari come Tavernello e Ronco-San Crispino si sono alleati per sposare la nuova stagione dello spumante made in Romagna. Cevico e Caviro (con rispettivamente 164 e 330 milioni di euro di giro d’affari 2018) hanno costituito una società, alla quale partecipano al 50%, e creato un marchio ad hoc: Bolé.

La produzione di spumante romagnolo, nel primo anno sul mercato (e senza le nuove etichette Doc Romagna spumante), è stata di poche decine di migliaia di bottiglie. Ma il potenziale è enorme. Basti pensare che in Emilia Romagna si producono mediamente 2 milioni di ettolitri di Trebbiano base spumante che in passato è stato commercializzato allo stato sfuso per concorrere alla produzione di altre bollicine italiane o straniere. Adesso invece il tentativo per ricondurre questa offerta spumantistica alla sua area di produzione cercando di creare valore aggiunto sul territorio.

«Tra gli obiettivi – spiega Ruenza Santandrea, presidente di Bolé e coordinatrice dell’area vino dell’Alleanza delle cooperative italiane – c’è certo quello di cavalcare il grande trend di crescita degli spumanti italiani di questi anni, ma non solo. Vogliamo valorizzare un vitigno, il Trebbiano, che non è mai stato valorizzato. Altro elemento chiave di questa operazione è la collaborazione tra due cooperative storicamente concorrenti ma che hanno deciso di lavorare insieme a un progetto che può avere importanti ricadute economiche sul territorio».

Una joint nella quale i due colossi coop stanno dimostrando anche di saper individuare percorsi nuovi. Come lo “storytelling preventivo” che è stato messo in campo dalla scorsa estate. Una strategia di marketing innovativa all’interno del mondo della cooperazione vitivinicola, storicamente abituato a dare più importanza ai volumi produttivi e ai prezzi che non al racconto del prodotto.

«Sia noi che Caviro – ha spiegato il presidente di Cevico, Marco Nannetti – produciamo da anni milioni di bottiglie di Trebbiano spumante ma adesso abbiamo capito che la vera sfida è costruire un posizionamento adeguato per questo prodotto che alla fine si traduca in valore aggiunto per i produttori. Un’operazione di valorizzazione non può partire dalle quantità. E per questo la campagna promozionale di Bolé si è concentrata prima sul racconto del prodotto, dei territori di origine e delle modalità di consumo. Poi arriveranno i numeri».

Scelte che si riflettono anche sui canali adottati: in questa fase di lancio solo l’horeca (ristorazione, enoteche e ricettività) dove Bolé è posizionato con un prezzo tra i 7,5 e gli 8 euro a bottiglia. «È vero che in passato – aggiunge Carlo Dalmonte, presidente di Caviro (1,7 milioni di ettolitri di vino prodotti nel 2018 e 12.500 soci) – abbiamo pensato prima a produrre e poi a vendere. Adesso abbiamo capito che è importante prima dare un’anima e un’identità al vino che si vuole vendere. È la strada che abbiamo scelto con Bolè per valorizzare il nostro Trebbiano che abbiamo sempre prodotto ma venduto sfuso lasciando che il valore aggiunto venisse realizzato altrove».

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