il budget ue

I compromessi al ribasso frenano l’Unione

di Valerio Castronovo

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(Reuters)


3' di lettura

Non è certo una novità che ogni volta, quando si tratta di stabilire il budget dell’Unione europea, avvenga un duro braccio di ferro tra i suoi partner. È quanto si è ripetuto nei giorni scorsi, a maggior ragione, perché occorreva coprire anche il grosso buco nel bilancio comunitario 2021-2027 (per un ammontare di una settantina di miliardi), provocato dalla Brexit. Inoltre va messo in conto il fatto che a una difficile congiuntura economica, in corso da alcuni mesi, sono venute ora aggiungendosi le incognite dovute ai gravi contraccolpi dell’epidemia del coronavirus.

Perciò il pacchetto di proposte illustrato dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, concepito per un bilancio che fosse pari all’1,074% del prodotto nazionale lordo dell’Unione europea (ossia 1.094,8 miliardi di euro), seppur risultasse sostanzialmente in linea con quello dell’attuale settennato, ha sollevato forti obiezioni da parte di quattro Paesi.

Sta di fatto che, essendo fallito questo primo vertice straordinario dei 27 capi di Stato e di governo sul futuro budget e sulle sue modalità di ripartizione fra i vari membri della Ue, i governi detti “amici della coesione” hanno dato mandato all’Italia (insieme al Portogallo e alla Romania) di presentare, a un prossimo summit, delle controproposte nei confronti delle pregiudiziali avanzate dai Paesi autodefinitisi “frugali” (Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca), che non vorrebbero un bilancio complessivo superiore ai mille miliardi e rivendicano inoltre gli sconti sulle loro contribuzioni ottenuti a suo tempo insieme al Regno Unito.

All’insegna di una «Europa ambiziosa» (come ha dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte), in quanto dovrebbe essere in grado di attuare politiche più consistenti e innovative agli effetti di un salto di qualità sia nella governance che nella competizione globale, appare perciò un compito particolarmente impegnativo quello che il nostro Paese s’è assunto. Tanto più che l’Italia non saliva agli onori della ribalta europea dal settembre del 2016, da quando Matteo Renzi aveva voluto celebrare, con un appello per una Comunità europea più integrata e coesa, il settantacinquesimo anniversario del Manifesto di Ventotene radunando nell’isola pontina la cancelliera tedesca Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande. Non senza, tuttavia, continuare a battere il chiodo a Bruxelles perché all’Italia venissero riconosciuti determinati margini di flessibilità nell’impostazione della Legge di bilancio, al fine di un rilancio della nostra economia.

Senza dubbio, dopo che durante il governo gialloverde si era giunti a temere un’uscita della Penisola dall’Eurozona, è un segno tangibile di fiducia il fatto che l’Italia sia stata oggi incaricata di trovare una “quadratura del cerchio” a proposito di una questione politico-istituzionale così importante come quella del futuro budget. Ma si tratta di una missione che non potrebbe essere in pratica più ardua, dato il netto contrasto esistente fra le posizioni dei Paesi “amici della coesione” (tra cui figura pure la Francia), che puntano sia a una riconferma della Politica agricola comune (Pac) sia a un maggior impegno in tema di ricerca, innovazioni, digitalizzazione e sicurezza, e quelle dei Paesi “frugali” che, con l’appoggio di una parte della classe dirigente tedesca (allarmata dal rallentamento della propria economia), intendono annacquare il bilancio della Ue: a cominciare dai dossier per la difesa e la sicurezza, dai fondi per lo sviluppo territoriale e la coesione sociale, nonché per la gestione dell’immigrazione.

Del resto, essi non hanno mai fatto mistero di considerare l’Unione europea come una confederazione intergovernativa e di escludere pertanto la prospettiva che divenga, un giorno o l’altro, un’entità sovranazionale di stampo tendenzialmente federale. Allo stesso modo la pensano i Paesi del Gruppo di Visegrad, che pur si sono schierati dalla parte degli “amici della coesione”, essendo interessati alla Pac e ai fondi strutturali a sostegno delle aree deboli.

Da una nuova tornata di negoziati dovrebbe perciò sortire, come è già avvenuto altre volte, uno stiracchiato compromesso al ribasso o comunque tale da lasciare le cose al punto di prima. Ma col risultato, alla fin fine, di un’ulteriore battuta d’arresto per la causa europeista, in quanto già esposta alle prorompenti spinte sovraniste in atto nel Continente e a quelle dovute all’aggressivo unilateralismo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

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