Microcosmi

I comuni laboratorio e le contraddizioni dell’Italia di mezzo

di Aldo Bonomi

(studio v-zwoelf - stock.adobe.com)

3' di lettura

Può sembrar strano trovare in un piccolo comune un concentrato delle contraddizioni tra il vuoto del territorio ecologico da conservare e il pieno degli assetti produttivi in ripartenza dalla pandemia. Ci si trova sia il tema delle aree interne che quello dei distretti in metamorfosi. Appare il margine e il vuoto di 1.600 anime e il pieno del distretto che ne mette al lavoro 1.500.

Recentemente mi sono recato a Montappone, comune marchigiano di 1.600 abitanti posto tra i monti Sibillini, su verso il cratere del terremoto e la costa adriatica. Insieme a Massa Fermana, comune-polvere confinante, rappresenta il cuore del Distretto del cappello Fermano-Maceratese dove si concentra il 70% del valore, delle aziende e degli addetti italiani del settore. Parliamo di 90 imprese con 1.500 addetti, 80 milioni di fatturato, e qualche migliaio di abitanti. Montappone sembra una concretizzazione di una delle città invisibili di Calvino. E lo si capisce bene parlando con il sindaco, costretto al sincretismo del dover tenere assieme l’entropia da area interna con l’invecchiamento della popolazione, la desertificazione dei servizi di prossimità, le reti corte della comunità e della viabilità. Dall’altra quelle lunghe di un micro distretto che non ha mai cessato di evolversi dai tempi lunghi della mezzadria verso Industria 4.0. La specializzazione produttiva originaria era, e in parte è ancora, il cappello di paglia ottenuto dagli scarti selezionati della trebbiatura del grano. Economia circolare ante litteram, dalla quale si è generato un piccolo ma agguerrito distretto produttivo di subfornitura globale che intrattiene rapporti dalla Cina all’Europa e gli Stati Uniti, passando dal grande hub svizzero dove si concentrano le piattaforme distributive delle multinazionali del lusso.

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Oggi, proprio il cappello in paglia ha subìto la crisi. Così ecco che la produzione si è concentrata sul segmento alto del lusso, mettendo in campo oltre alla flessibilità produttiva, una grande capacità di agganciarsi ai flussi internazionali stando dentro le catene di subfornitura dei grandi marchi della moda, i quali dispongono di capitali e del know how necessari per investire nelle piattaforme digitali in espansione accelerata, sempre causa Covid.

Le conseguenze territoriali di questi cambiamenti accentuano il contrasto tra il vuoto dei borghi popolati e frequentati dai vecchi metalmezzadri e dalle gloriose maestranze pensionate che abitano gli spazi semivuoti dei centri a socialità e servizi scarsi, e il pieno di un ciclo produttivo che mangia territorio e che necessita di funzioni intelligenti di piattaforma per movimentare merci, persone e saperi, senza i quali non si può competere. Sono dinamiche dell’ipermodernità che fanno di microcosmi apparentemente marginali come questi, altrettanti centri laboratorio di governo allargato delle contraddizioni che vengono avanti tra vuoto e pieno nella “metromontagna” appenninica.

Non a caso, nella mia visita a Montappone, ero ospite di un dibattito promosso dai sindaci e dalle cooperative sociali che partendo dal farsi comunità di cura di fronte ai rischi del vuoto del sociale, interrogavano la comunità operosa dell’artigiania evoluta del cappello per fare comunità larga, per capire come fare insieme sostenibilità sociale e come rendere compatibili le condizioni di uso del territorio tra esigenze di sviluppo di funzioni urbane e manutenzione della bellezza del paesaggio collinare sul quale s’innesta una domanda di qualità della vita, di agricoltura di qualità e di attrattività turistica. Un ragionare franco sul modello di sviluppo disponibile a fare i conti con la complessità dei tempi senza soggiacere alle tentazioni del rancore e della recriminazione, partendo dalla consapevolezza di una storia comune che si fa memoria del futuro, ma anche limite da spostare in avanti per andare oltre il soffitto di cristallo della subfornitura di eccellenza, in alto, e assicurare buone condizioni di riproducibilità sociale di un modello che continui ad alimentare il fare impresa, il lavorare e il buon vivere.

Come si tiene assieme la lacerazione tra vuoto sociale con tanto di opportunità di ecologia dei luoghi e il vuoto del terremoto con il pieno della risalita a salmone dell’economia distrettuale? Mettendo all’opera una coscienza di luogo che percepisca di essere nella piattaforma dell’Italia di Mezzo, una metromontagna sincreticamente fatta da montagna da reinventare e imprese da innovare. Partendo dal rifare comunità i sindaci tracciano filamenti di “villaggi connessi”. Ma i sindaci da soli non bastano se anche i distretti produttivi, da quello del cappello a quello delle scarpe per iniziare, non capiscono di dover fare piattaforma produttiva con agricoltura e manutenzione del territorio rivitalizzando cosi il “capitalismo dolce marchigiano”.

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