COSTRUZIONI

I consumi di cemento ritornano ai livelli degli anni Sessanta

di Matteo Meneghello

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(© Ray Evans)


3' di lettura

La caduta si è arrestata. Dopo dieci anni si interrompe il ciclo negativo della filiera del calcestruzzo e del cemento italiano, che ha riportato le lancette dell’orologio dei consumi del settore indietro fino agli anni Sessanta. Si riparte da qui, da circa 27 milioni di metri cubi, nove milioni di metri cubi in meno rispetto alla soglia di produzione del 2013 (per il cemento i consumi sono crollati da 43 milioni ai 19,6 del 2016). L’anno scorso la curva si è stabilizzata, con una crescita del 4,1% della produzione di calcestruzzo preconfezionato nel primo semestre e una frenata del 2,9% nella seconda parte dell’anno, per una media del +0,5 per cento. I segnali per una ripartenza del settore ci sono, ma è ancora presto per parlare di ripresa.

«Tutti gli indicatori statistici convergono sul fatto che l’anno trascorso è stato un anno di stallo per gli investimenti in costruzioni e conseguentemente per la produzione di calcestruzzo preconfezionato e per i consumi di cemento» spiega il presidente di Atecap, Andrea Bolondi. Il leader dell'associazione, che fa parte di Federbeton Confindustria, sottolinea che «l’economia italiana è tornata a crescere, ma in questa fase di recupero il settore edile è l’anello mancante nella crescita economica, settore per il quale la crisi non è ancora finita e l’aggancio alla ripresa sembra essere nuovamente rimandato».

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In occasione della Concrete conference, organizzata ieri a Bologna, i vertici del settore hanno lanciato un appello perchè venga messo al centro delle scelte di governo un piano di investimenti pubblici finalizzato ad adeguare la rete infrastrutturale, ad avviare un piano di messa in sicurezza del patrimonio edilizio e dei territori a rischio idrogeologico e sismico, a sostenere un processo di rigenerazione urbana.

Secondo Atecap la conferma che ci si trovi di fronte a un’occasione da non perdere è il recente cambio di rotta per quanto riguarda gli stanziamenti pubblici previsti dalla Legge di Bilancio 2018, che per i prossimi 15 anni ammontano a 140 miliardi. Per effetto di queste prospettive e di alcuni segnali positivi anche per quanto riguarda il mercato privato, soprattutto relativo all’edilizia non residenziale e alla manutenzione straordinaria, le previsioni per il 2018 relativamente alla crescita del mercato delle costruzioni (da parte sia del centro studi Ance che dei principali istituti di ricerca)  sono ottimistiche.

Le elaborazioni Atecap su dati Aitec, Ance e Istat evidenziano per l’anno in corso una previsione di 75 milioni di investimenti in nuove abitazioni e costruzioni non residenziali, per un consumo di cemento di 18,890 milioni di metri cubi e una produzione di calcestruzzo di 27,665 milioni, in crescita dell’1% sui valori dell’anno scorso. Un cauto rafforzamento nell’interruzione registrata nel 2017 relativa al trend negativo decennale. Il momento è favorevole, ed è una ripresa sostenuta prevalentemente dalla domanda interna. Nonostante questo, però, «si sta confermando uno scenario critico — sottolinea preoccupato Bolondi. — L’Italia è un Paese che ha bisogno di trasformazione, ma che non ha una visione futura sul tema delle infrastrutture. Su questo ormai convergono tutte le componenti della filiera, a cominciare dall’Ance». Il position paper cerca di mettere ordine su questo fronte. L’Atecap conferma di fatto una prudenziale prospettiva di ripresa trainata più dal mercato del recupero, della manutenzione e della riqualificazione piuttosto che dagli investimenti in nuove abitazioni e le costruzioni non residenziali. Oggi la filiera, secondo i dati Federbeton, conta su 3.978 imprese e un fatturato di circa 10 miliardi di euro. «Per far ripartire l’industria delle costruzioni — rilancia Atecap — occorre un cambiamento di rotta, va ripensato il paesaggio urbano e territoriale, promuovendo la rigenerazione del costruito, l’edilizia sostenibile, la tutela dell’ambiente, favorendo l’economia circolare e il riutilizzo di ogni materiale, attraverso misure fiscali e urbanistiche».

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