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I consumi di formaggio resistono ma per il latte è allarme sul costo dei mangimi

Per Ismea i prezzi all'origine sono in risalita tuttavia il caro mangimi a livelli record e le basse quotazioni del latte preoccupano gli allevatori

di Emiliano Sgambato

Food Industry Summit - I nuovi scenari dell'agroalimentare– 20 maggio 2021

4' di lettura

Da un lato la riapertura dei ristoranti e il ritorno dei turisti, a cui si affiancano la tenuta degli acquisti nei supermercati e buone prospettive per l’export. Dall’altro la crescita dei costi di produzione che riducono i margini di guadagno su tutta la filiera, con gli allevatori che denunciano situazioni di forte difficoltà. Dalla non facile conciliazione di queste due tendenze dipende il futuro del lattiero caseario nazionale, un settore che vale 16,5 miliardi.

Il report Ismea

«La ripresa iniziata in autunno anche per effetto dell’attivazione delle misure emergenziali di ritiro dal mercato (aiuti all’ammasso e distribuzione agli indigenti) – si legge in un report di Ismea – è proseguita nei primi due mesi del 2021 per poi rallentare a marzo e aprile». Dopo il -8,6% registrato nel 2020, i prezzi all’origine sono cresciuti del 2,2% nei primi quattro mesi del 2021, «principalmente come conseguenza di un graduale recupero dei listini dei formaggi duri e del burro».

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Un trend a cui però «si è contrapposto il -2,4% mediamente registrato dai prezzi del latte alla stalla». Contemporaneamente «l’indice del costo degli imput produttivi è salito del 4%», con i mangimi che hanno toccato «livelli tra i più alti degli ultimi 10 anni». Questo «ha spinto gli allevatori a frenare la produzione di latte», che comunque rimane in crescita: dopo il +4,4% del 2020 si registra un +0,4% anche nella prima parte del 2021. Così, complice il calo dell’import del 9%, il livello di autoapprovigionamento del settore è salito dal 79 all’84 per cento.

L’allarme degli allevatori

«Gli allevamenti vivono in uno stato di grande precarietà – è la denuncia di Cia-Agricoltori italiani – e continuano a perdere potere contrattuale. Un litro di latte viene oggi pagato alle stalle 37 centesimi al litro, al di sotto della soglia di sostenibilità finanziaria dei 39 centesimi, sotto la quale è impossibile un margine pur risicato di guadagno».

«Abbiamo già proposto interventi urgenti a supporto della liquidità delle imprese – ha affermato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti – ma serve anche il varo di un piano per aumentare la produzione interna di cereali e proteine vegetali».

«Non si può comprimere il costo delle materie prime, magari andando a scapito di altri settori agricoli – dice a Food 24 il presidente della Coldiretti Ettore Prandini –. Serve lavorare di più sugli accordi di filiera, con indici legati sia ai costi sostenuti sia all’andamento dei prezzi finali sul mercato. Se questi aumentano ci deve essere un guadagno per tutti gli operatori. Per lo stesso prodotto la differenza tra il prezzo riconosciuto da alcune coop e quello che paga l’industria è di 5 centesimi al litro, un divario troppo ampio». Un altro fenomeno che per Coldiretti va regolamentato all’interno del più ampio contesto della lotta alle pratiche sleali (su cui è da poco stata approvata una legge delega) sono le vendite sottocosto: «Non è possibile – esemplifica Prandini – che un litro di latte a lunga conservazione arrivi a costare meno di un litro d’acqua».

I costi crescono anche per l’industria

«Le preoccupazioni sui costi sono comuni, perché stanno aumentando anche per le imprese di trasformazione, dalla plastica ai noli, fino al costo del lavoro, con il nuovo contratto siglato da poco – dice il direttore di Assolatte Massimo Forino –. Anche il prezzo del latte alla stalla si mantiene su livelli più alti del resto d'Europa. Con queste tensioni, non si possono nascondere le nostre preoccupazioni per il tema listini e per la ridotta capacità di spesa delle famiglie».

«Quello dell’indicizzazione sembra un falso problema. Prima di tutto – continua Forino –perché tante aziende hanno già introdotto meccanismi di adeguamento automatico del prezzo del latte. Inoltre, da anni, il prezzo viene ridiscusso più volte nel corso dell'anno e adeguato di volta in volta all’andamento del mercato».

Speranze da ristoranti ed export

Il calo del 3,8% dei consumi delle famiglie non sorprende se si tiene conto che va confrontato con il boom del lockdown. Dai dati Ismea emerge però come – «fatta eccezione per il latte fresco, che si conferma il segmento più critico e strutturalmente in calo» – nel primo quadrimestre 2021 gli acquisti siano superiori del 7,5% a quelli del 2019.

«Il 2020 si è chiuso con perdite tra il -8 e il -10% – commenta Forino – ma non si può nascondere che ci sono aziende che hanno vissuto mesi difficilissimi, a causa della chiusura del canale horeca (consumo fuori casa, ndr). La riapertura di bar e ristoranti può essere l’elemento che manca per una vera ripresa, assieme alla ripartenza dell’export».

Su questo fronte Ismea registra pessimi risultati a gennaio e febbraio (-9,3%). «Da marzo sembrano esserci però segnali incoraggianti – continua Forino – grazie alle riaperture dei ristoranti, che all'estero valgono circa il 70% del nostro business. Contiamo inoltre sulla definitiva chiusura della vicenda super dazi Usa, per ora solo sospesi».

Made in italy da valorizzare

Dello stesso avviso Prandini, che sottolinea come sui temi internazionalizzazione e ristorazione si potrebbe fare molto di più: «La chiusura horeca ha pesato meno del previsto, soprattutto per le Dop. Questo vuol dire che a puntare sulla qualità sono più le famiglie che i ristoratori e ci fa capire che ci sono ancora forti margini di crescita. Discorso simile per l’export: a livello di generale l’agroalimentare è aumentato ma molto meno rispetto ad esempio alla Spagna. E sui formaggi c’è molto spazio da conquistare. Non solo verso gli Usa dove dobbiamo essere bravi a penetrare il mercato e puntare su comunicazione, qualità e distintività».

«Il cosiddetto italian sounding vale 100 miliardi: vuol dire che esiste una forte domanda per i nostri prodotti. E non è solo una questione di prezzi, dato che spesso le contraffazioni non costano molto meno degli originali».

E le nuove frontiere non mancano: secondo dati Assolatte, i formaggi made in Italy sono cresciuti del 147% in Cina nei primi mesi del 2021 dopo il +24% dello scorso anno.

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