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I conti in sospeso tra Londra e l’Europa

di Valerio Castronovo

(REUTERS)

3' di lettura

Fin dalle prime battute appare impervio il compito affidato al capo negoziatore della Ue Michel Barnier di ottenere il saldo dei conti economici in sospeso, dopo la Brexit, da parte di Londra. D’altronde, anche in passato è sempre stato duro trattare con Downing Street.

A onor del vero va detto innanzitutto che il Regno Unito aveva dovuto fare una lunga anticamera prima di poter fare ingresso nel gennaio 1973 nella Cee, data l’avversione del presidente francese Charles De Gaulle nei confronti di Londra, troppo strettamente legata, a suo giudizio, agli Stati Uniti sia a livello politico che militare. A sua volta il Regno Unito non era disposto a rinunciare all’Efta, la zona di libero scambio creata su sua iniziativa, che comprendeva alcuni Paesi del Nord Europa e quelli del Commonwealth: tanto più che in quel periodo il suo stato di salute era tutt’altro che brillante a causa sia dei ritardi accumulati nell’ammodernamento di alcuni settori industriali di base sia dei costi del suo Welfare sempre più difficili da sostenere.

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Sta di fatto che soltanto dopo l’uscita di scena di De Gaulle nel maggio 1969 e la posizione più morbida assunta dal suo successore Georges Pompidou, il premier conservatore Edward Heath cominciò a valutare l’opportunità di aderire alla Comunità europea. Del resto, non aveva più molte carte in mano da giocare, in quanto il Regno Unito era stato sopravanzato nel reddito pro capite dalla Francia e dalla Germania, la sterlina continuava a vacillare e la bilancia dei pagamenti accusava un pesante deficit. Quanto ai nodi ancora da sciogliere, la diplomazia francese escogitò una soluzione di compromesso accettabile per Londra, in base alla quale venne accordato da Bruxelles alla Gran Bretagna un periodo transitorio di sette anni per allinearsi integralmente alle norme della Cee in ordine sia alla liberalizzazione degli scambi con i suoi nuovi partner, sia alle tariffe riguardanti le sue importazioni da Paesi esterni al Mercato comune.

Ma da quando nell’ottobre 1979 s’era insediata a Downing Street Margaret Thatcher, non c’era stata riunione del Consiglio europeo in cui non sbattesse la sua borsetta sul tavolo chiedendo ad alta voce: «I want my money back». Tuttavia, sebbene la “lady di ferro” non esitasse a scatenare delle aspre diatribe con Bruxelles anche su questioni come il trattamento da praticare agli allevatori inglesi di ovini o di tacchini, non erano infondati certi reiterati motivi d’insoddisfazione espressi da Londra sulle destinazioni del bilancio comunitario, poichè riceveva dalla Comunità molto meno di quanto versava. E ciò soprattutto a causa delle generose sovvenzioni di cui la Francia seguitava a beneficiare in virtù dei congegni della Politica agricola comunitaria che Parigi aveva patrocinato a suo tempo in funzione delle istanze dei suoi produttori e delle loro influenti organizzazioni di categoria.

Alla fine, per tacitare il governo britannico, si stabilì di devolvere a favore del Regno Unito una somma cospicua per il 1984 e di garantirgli un’adeguata compensazione finanziaria per gli anni successivi sino al 1992. Questo espediente valse così a indurre la Thatcher (di cui il presidente François Mitterrand diceva che aveva «la bocca di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola») a condividere, nel vertice di Fontainebleau del giugno 1984, l’opportunità di innestare una marcia più alta nel processo d’integrazione economica europea.

Senonché, quando Jacques Delors cominciò a premere il pedale auspicando l’unificazione monetaria della Cee, le cose tornarono a complicarsi. In un discorso al Collège d’Europe a Bruges del 20 ottobre 1988 la Thatcher non esitò ad attaccare con estrema durezza l’idea di una moneta unica. A suo avviso, la Comunità europea sarebbe dovuto restare un’area di libero scambio, capitalizzando i risultati raggiunti sino a quel momento. Inoltre considerava l’unione monetaria non solo incompatibile con i principi della sovranità nazionale, ma una scorciatoia per addivenire a una sorta di “superstato europeo”. In pratica, mentre la Gran Bretagna non aderì poi nel 1992 all’Eurozona, seguitò per il resto a manifestare una propria specifica linea di condotta tanto in politica estera (agendo di concerto con Washington nell’avventura del 2003 contro l’Iraq di Saddam Hussein) che sul versante giuridico (sia pur con qualche apertura, in quest’ultimo caso, da parte di Tony Blair).

Oggi, dopo la Brexit, mentre da un lato sono resuscitati certi retaggi insularistici mai dissoltisi della tradizione storica britannica, dall’altro è divenuta più evidente la prospettiva altrettanto ricorrente di una “Europa tedesca”.

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