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Incontri e decostruzioni: a Pitti in scena i contrasti dell’uomo contemporaneo

Il menswear è una selva aggrovigliata dove si alternano tensioni e sorprese, a partire da Martine Rose, designer innovativa ospite di Pitti: attiva da anni a Londra, a Firenze sfila per la prima volta davanti a un pubblico internazionale

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Il maschile contemporaneo è una selva, mai e poi mai oscura, ma non di meno difficile da districare, aggrovigliata, finanche perigliosa. L’unico modo per attraversarla è accettarne la complessità, rinunciando alle soluzioni assolute ma non alla bussola dell’occhio vigile. L’edizione 103 di Pitti Uomo si apre oggi a Firenze all’insegna delle strade che si incrociano: il tema dell’allestimento in Fortezza da Basso è PittiWay e al di là della facilità orecchiabile del titolo centra il punto nell’evidenziare quanto in questo momento incerto ci si muova tra stimoli contrastanti. Pitti vuole certamente fornire la mappa per navigare il mare magnum, nella consapevolezza che non può esserci, oggi, un unico approdo.

La decostruzione del maschio continua, inesorabile, e con essa la frammentazione dell’immaginario. I movimenti ciclici, unica certezza quando si parla di moda, hanno al momento spazzato via dall’orizzonte lo sportswear e lo streetwear come forme di abbigliamento egemoni, ma non la strada come laboratorio degli stili progressivi. È certamente il caso di Martine Rose, designer ospite dell’edizione, innovatrice silenziosa ma dirompente. Rose è attiva da anni a Londra, ma quella di Pitti sarà la sua prima sfilata davanti ad un pubblico internazionale. Il suo lavoro si caratterizza per la continuità tra moda e vita, condensata in sfilate-happening che si inseriscono in spazi e comunità esistenti. Sarà così anche la sera di giovedì 12 gennaio, ma altro al momento non è dato sapere. «La moda per me è cultura. Fa parte della mia estetica naturale. Cerco di fare le cose nel modo più autentico possibile; rispondo a come mi sento e a ciò che mi sembra giusto per il marchio» dice. Rose è attratta dall’umanità più varia, dai tipi che stanno ai margini della società e da come usano i vestiti, ma per quanto legato al carattere, il suo non è un lavoro da costumista, perché si concentra sulla psicologia del vestire attraverso la silhouette e il disegno dei capi. C’è una libertà di approccio che è certo data dallo sguardo femminile sul mondo maschile e che le fa dire «Voglio infrangere le regole: uomini che indossano abiti da donna e donne che indossano abiti da uomo, perché questo è ciò che li rende sexy». L’energia del mondo di Martine Rose è ruvida e liberatoria e si inserisce in un clima generale che oscilla tra gli estremi opposti della eleganza estenuata e della sregolatezza, della spiritualità e dell’edonismo. È un momento ricco di tensioni e sorprese. Se da un lato si smatta, come da Acne Studios dove colorini pastello, rasi e glitter prendono forme ubriache, ora strette ora larghe, dall’altro ci si purifica, come da Hed Mayner, dove cucchiaini da caffè adornano i lobi di uomini coriacei ma lievi, vestiti di lenzuola di sangallo trasformate in serafini o lunghe tuniche. Il tono dell’espressione, qui, è calmo, mentre altrove esplode una teatralità cruda e brutale. Il fool di Rei Kawakubo per C omme des Garçons ricorda i giullari di corte che ridendo dicevano anche le verità più scomode; indossa marsine, casacche, pantaloni con gli orli a punta e maschere da film horror, con una nota punk particolarmente tempestiva. Rick Owens porta colore e trasparenza nella ritualità di una formula che è insieme severa ed edonista, e immagina un guardaroba dionisiaco di forme quanto mai rigorose. Da Craig Green l’abbigliamento da lavoro, indifferentemente proletario o dirigenziale, è il punto di partenza di un viaggio psichedelico che origina nel bianco per terminare in una esplosione di colori, e che muove mondo dell’infanzia per arrivare all’età adulta e infine tornare indietro. Il detour tra archetipi e iconografie include mondo equestre, avventura e persino l’abito formale con la cravatta. All’opposto, si riscopre la più piatta normalità, resa però territorio di propulsive distorsioni. Accelerando in direzione dell’assurdo, JW Anderson crea un clash tra forme elementari e oggetti disparati: un manubrio di bicicletta, la cerniera della porta, i guanti industriali e le chiusure delle lattine si integrano a felpe e t-shirt basici, senza apparente ragione se non un comico pugno nell’occhio. Da Fendi nulla è mai come sembra, anche quando tutto appare chiaro: il jeans è jeans, ma il resto è pelle o chi sa cosa, con grande e privata gioia di chi indossa. Altrimenti, si torna all’eleganza sartoriale, introiettando però la teoria decostruttiva dell’immagine monolitica dell’uomo.

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Dries Van Noten mescola gli abiti impeccabili all’intimo femminile - sottovesti e busti - in una collezione che esplora diversi tipi di maschilità e tocca compiaciuta mollezze estenuate. Da Saint-Laurent, infine, la precisione chirurgica dei tagli stempera in ineffabili allungamenti in bianco e nero, traducendosi in una silhouette memorabile ancorché impalpabile, del tempo ma in qualche modo fuori da esso. I modelli sfilano nel deserto, e la metafora calza: da qui le strade possono solo e ulteriormente moltiplicarsi.

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