legal design

I contratti ridisegnati a regola d’arte

di Valentina Maglione


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3' di lettura

Contratti e documenti giuridici più chiari e comprensibili, anche (ma non solo) con l’aiuto di grafici e altri strumenti di visualizzazione. L’obiettivo? Mettere al centro le persone che chiedono l’intervento della legge per aiutarle a risolvere i problemi, prevenendo i conflitti ed evitando così di finire di fronte al giudice. Sono i principi cardine del «legal design»: una disciplina sviluppata all’estero, dove è utilizzata anche dai grandi studi legali, e che ora si sta diffondendo tra gli avvocati italiani.

Per la verità, già da anni a operare nel campo del legal design ci sono alcuni italiani, perlopiù “expat”. A partire da Stefania Passera, designer migrata in Finlandia, componente del network Legal design alliance e co-autrice del Legal design manifesto: la «carta fondamentale» con i principi del legal design, scritta con Margaret Hagan (docente a Stanford e fondatrice del Legal design lab), Helena Haapio (avvocato a Helsinki), Rossana Ducato (docente in Belgio), Arianna Rossi (ricercatrice in Lussemburgo) e Monica Palmirani (docente a Bologna). «Abbiamo scritto il legal design manifesto - spiega Passera - per indicare gli obiettivi e cristallizzare i dialoghi di questi anni». Il fine principale del legal design, secondo il manifesto, è quello di rendere il sistema legale più chiaro, attraente e user-friendly: in una parola, più umano. «Si tratta - continua Passera - di mettere a disposizione di giuristi e designer un set di strumenti che consentano di rendere la giustizia più accessibile». Passera è specializzata nel contract design, vale a dire nella messa a punto, al fianco di giuristi, di contratti “accessibili”: «Non si tratta solo di inserire dei grafici - osserva - ma soprattutto di lavorare sul processo che porta alla redazione del contratto per eliminare i nodi che possono creare conflitti».

GLI ESEMPI

GLI ESEMPI

Un modo nuovo e più efficace di lavorare, quindi, che Passera cerca da anni di diffondere tra gli operatori. Dal 2013 organizza le legal design jam, workshop dedicati proprio alla riprogettazione di contratti e documenti in linea con i principi del legal design. Una delle prime si è tenuta nel 2014 a Milano ed è stata organizzata insieme all’avvocato Giorgio Trono, che usa gli strumenti del legal design nella sua professione: «È un metodo di lavoro - chiarisce - che implica, tra l’altro, che l’avvocato sia coinvolto nella progettazione delle attività del cliente». Un esempio? «Di recente con una società di e-commerce abbiamo ridisegnato insieme le procedure di recesso che avevano alcuni incagli, per eliminare le lamentele degli acquirenti e il possibile contenzioso». È un cambio di approccio: «Di solito - rileva Trono - al legale si ricorre quando sorgono i problemi non per prevenirli».

Ma i clienti cosa ne pensano? «Molti se ne innamorano - osserva Francesca Francese, avvocato civilista a Milano - ma il legal design non è per tutti. Chi vuole affidare la pratica all’avvocato e dimenticarsene ha bisogno di un approccio tradizionale perché il legal design richiede una collaborazione continua». Francese lavora soprattutto come consulente di Pmi italiane con vocazione internazionale: «I più interessati al legal design - dice - sono gli innovatori».

Si occupa invece di diritto penale d’impresa Antonio Giuseppe Di Pietro, avvocato sempre a Milano, che usa il legal design anche in giudizio: «Ad esempio - racconta - per spiegare al Pm il meccanismo di una truffa ai danni del mio cliente nell’atto ho inserito uno schema. Ma il legal design - ricorda - è solo uno strumento: il nocciolo del nostro lavoro resta quello di scrivere atti perfetti». Anche Di Pietro insiste sulla necessità per l’avvocato di cambiare modo di lavorare: «Non basta - dice - rendere un documento più bello per essere un legal designer».

Che il modo di esercitare la professione sia in evoluzione lo testimonia anche il movimento intorno al legal tech. «Per l’amministrazione della giustizia si sta aprendo un capitolo nuovo», afferma Amedeo Santosuosso, già presidente della prima sezione della Corte d’appello di Milano e oggi docente di diritto e nuove tecnologie all’Università di Pavia. Un percorso di cui uno snodo chiave è stato il processo telematico e in cui la tecnologia è destinata a giocare un ruolo sempre più significativo. Per Santosuosso «va aperto il cantiere di come organizzare il corso di laurea in giurisprudenza del futuro». Alcuni suggerimenti sono arrivati dagli studenti del corso Technological Innovation and Law (diretto da Santosuosso): meno lezioni frontali e più interazione, più lingue straniere, internazionalizzazione e, naturalmente, corsi di informatica e di programmazione.

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