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I costi dell’energia possono diventare un fattore di consolidamento

Per superare le difficoltà operative e finanziarie alcuni imprenditori potrebbero vedere nell'apertura del capitale uno strumento per superare la crisi

di Francesco Leone e Raffaele Fiorella

(AFP)

2' di lettura

Le conseguenze del trend che stiamo registrando nel costo dell'energia sono certamente molto negative per le aziende italiane. Questa crisi si verifica inoltre in un contesto già fortemente penalizzato durante il periodo pandemico, in cui il costo delle materie prime era notevolmente incrementato. Anche in settori come il retail e tutto il comparto legato alla catena del freddo i costi energetici si sono circa triplicati. Le misure adottate dai policy maker potranno certamente calmierare questa tendenza, ma il punto di arrivo sarà ragionevolmente un costo dell'energia in ogni caso doppio rispetto a quello del 2019.

Viviamo in un contesto in cui l'aumento dei prezzi non è determinato da un eccesso di domanda, ma è trainato dalle dinamiche dei processi produttivi e dei relativi costi e dunque dall'offerta. Questo vuol dire che misure come l'aumento dei tassi – che di solito tengono sotto controllo la spinta inflattiva – sono meno efficaci.

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Tra i settori che stanno risentendo maggiormente del caro bollette vi sono sicuramente le industrie con un utilizzo intensivo di energia il cui costo ha dunque un peso molto elevato nel bilancio: da tutta l'industria di processo, al siderurgico, dalla componentistica in metallo alle produzioni che fanno utilizzo di forni, come l'industria ceramica. Le aziende energivore hanno solitamente dei tassi di incidenza del costo dell'energia sul fatturato del 3-4%; attualmente questo tasso è quasi raddoppiato.

In generale, un ulteriore elemento di forte attenzione è che quasi tutti i contratti di fornitura dell'energia per le imprese scadranno entro la fine dell'anno, e la forte incertezza sui trend futuri sta spingendo le società che fanno trading a proporre contratti solo di breve o medio termine. Questo diminuirà ulteriormente per le imprese la possibilità di attuare forme di protezione dalle fluttuazioni future dei costi. Proprio per le difficoltà operative e finanziarie gli imprenditori potrebbero vedere nell'apertura del capitale uno strumento per superare la crisi: per questo motivo, crediamo che si registrerà aumento delle operazioni di M&A distressed, legate appunto a casi di crisi.

È probabile che questo si verifichi in settori più frammentati, in cui le dimensioni medie delle imprese sono più contenute e per le quali il raggiungimento di una massa critica più elevata può fare la differenza. Allo stesso modo, in quegli stessi comparti è possibile trovare aziende con modelli di business e fondamentali ancora “attraenti”; in questo caso potremo assistere a M&A di consolidamento: si pensi ad esempio al food, in cui questa tendenza è già in atto, o ai settori con una forte componente di tecnologia e innovazione.

In generale, continuiamo a riscontrare un forte interesse da parte degli investitori internazionali per l'Italia, e questo potrebbe portare ad una buona presenza di operazioni cross border. Anche se molti stimano una leggera contrazione delle attività di M&A sul mercato italiano, noi crediamo che molto dipenderà dal dispiegarsi di tre variabili: l'impatto delle misure governative sul costo dell'energia, l'andamento del conflitto e – non ultimo – il grado di apertura che i governi stranieri attribuiranno all'Italia. In ogni caso, resta il fatto che il nostro Paese continui a essere considerato uno dei più appetibili in Europa.

Senior Managing Director e Senior Advisor di Fti Consulting

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