La caduta dei redditi

Nei dati delle regioni i costi della non politica e il ventennio perduto dell’economia italiana

di Giorgio La Malfa

Nel 2000 il nostro reddito pro capite era di oltre un quarto superiore alla media europea, solo di 7 punti inferiore a quello della Germania e di 8 punti superiore a quello della Francia. Oggi l’Italia è scesa tanto da finire del 5% sotto la media europea. Abbiamo perso 30 punti in 20 anni. Siamo 26 punti sotto la Germania; 10 sotto la Francia

(Adobe Stock)

3' di lettura

Un grafico e una tabella, contenuti nel recente Rapporto annuale della Svimez reso noto qualche giorno fa, raccontano, meglio di interi libri, il vero e proprio disastro economico dell’Italia in questi anni. I dati riguardano l’ultimo ventennio, ma se si volesse andare alla radice dei problemi si dovrebbe risalire più indietro nel tempo. Grafico e tabella misurano gli esiti economici di un fallimento della politica che si trascina da troppi anni. Potrebbero intitolarsi: il costo del non-governo – o del cattivo governo. Finora nessuno sembra averle notate.

Il grafico mostra l’andamento fra il 2000 e il 2019 del reddito pro capite dei quattro maggiori Paesi dell’Unione Europea – Italia, Francia, Germania e Spagna – in rapporto all’andamento del reddito medio pro capite dell’Unione.

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IL CONFRONTO TRA PAESI
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Nel 2000 il nostro reddito pro capite era di oltre un quarto superiore alla media europea, solo di 7 punti inferiore a quello della Germania e di 8 punti superiore a quello della Francia. Oggi Francia e Germania hanno perso una decina di punti rispetto al 2000, ma sono ancora al di sopra della media europea, rispettivamente del 10 e del 20 per cento. La Spagna, dopo aver dato l’impressione di avere imboccato una fase di grande sviluppo, è tornata più o meno dov’era. L’Italia è scesa tanto da finire del 5% sotto la media europea. Abbiamo perso 30 punti in 20 anni. Siamo 26 punti sotto la Germania; 10 sotto la Francia.

IL CONFRONTO TRA REGIONI
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L’effetto euro

È colpa dell’euro? No, perché la nostra crisi è più antica. L’euro ha solo reso palese il costo del non governo: partecipare a un’unione monetaria significa rinunciare alla possibilità di attenuare le conseguenze degli errori di politica economica con la svalutazione del cambio. Bisognava smettere di sbagliare. E ovviamente bisogna smettere ora, prima che il disastro economico generi, ancor più di quanto è già avvenuto, la crescita di partiti estremisti e, alla fine, la crisi del sistema democratico.

Per avere la misura piena di quello che è successo si guardi ora la tabella: è basata sulla graduatoria in base al reddito pro capite delle 280 regioni che componevano (fino alla Brexit) l’Unione europea a 28. La tabella mostra come è cambiata la posizione nella graduatoria delle regioni italiane fra il 2000 e il 2019.

Confrontando i dati, si vede che tutte le regioni italiane – nessuna esclusa - hanno perso posizioni nella graduatoria europea. Non si tratta di qualche posizione, si tratta di decine e decine di posizioni. Solo la provincia autonoma di Bolzano, che è equiparata a una regione, limita la caduta a 6 posizioni, scendendo da undicesima a diciassettesima, ma ciò si deve al fatto che il suo reddito pro capite è mantenuto artificialmente alto dagli enormi trasferimenti a carico del bilancio nazionale.

Si guardi la Lombardia che era 14esima in Europa e ora è 36esima, avendo perso 22 posizioni. Si guardi il Piemonte, che da 35esimo diventa 84esimo, perdendo quasi 40 posizioni. E il Veneto che da 31esimo diventa 68esimo? E le Marche che perdono 39 posizioni e l’Umbria che ne perde addirittura 70, occupando nella graduatoria più o meno quella che era la posizione della Basilicata venti anni fa?

Questa non è una crisi congiunturale e neppure l’esito di una serie di crisi congiunturali. È un processo di drammatica deindustrializzazione che rischia di riportare il Paese indietro di decenni.

Gli investimenti privati mancano all’appello

Questo è il quadro che emerge dai dati della Svimez che illustrano una situazione che forse si preferisce non vedere. Lo scoppio della pandemia nel 2020 ha ulteriormente aggravato la situazione. Ma oggi c’è una ripresa molto forte che sicuramente proseguirà l’anno prossimo. Nella ripresa di questi mesi c’è una speranza, a condizione però che non si tratti di un breve ritorno di fiamma cui segue una nuova stagnazione. Le previsioni del governo sono incoraggianti per quest’anno e per il 2022, ma poi annunciano tassi di crescita del 2% pur considerando gli effetti della spesa dei fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza, o Pnrr. È troppo poco per cominciare a risalire la china.

Mancano ancora all’appello gli investimenti privati, quelli che insieme ai fondi del piano Marshall, fecero partire e alimentarono il miracolo economico italiano degli anni cinquanta. Diciamolo francamente, se c’è una possibilità di ripartire, questa dipende dalla continuità dell’attuale governo. Non è detto che basti se partiti e forze sociali non sono consapevoli della situazione e si illudono di potere ricominciare a condursi nel modo i cui esiti sono illustrati nel grafico e nella tabella di questa pagina. Ma se si interrompe questa esperienza, sicuramente vi va verso il peggio.

Forse bisognerebbe stampare delle copie di grafico e tabella e distribuirle ai presidenti delle Regioni, ai ministri, al presidente del Consiglio e ai rappresentanti delle parti sociali e aggiornarle ogni anno per sapere se siamo o non siamo sulla strada giusta.

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