fare impresa nella pandemia

I costi psicologici di una incertezza Senza fine

di Tiziana Furlan

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3' di lettura

La pandemia sta creando in tutti noi un fortissimo senso di preoccupazione e di impotenza. Tra coloro che stanno pagando il prezzo più alto di questa crisi economica e sociale, che ha profonde ripercussioni sul nostro già precario equilibrio mentale e sulla nostra psiche, ci sono gli imprenditori, gli esercenti e i liberi professionisti, tutti coloro che hanno un’attività propria, piccola o grande che sia, da soli o con altre persone alle dipendenze, che lavorano da anni o che si sono appena affacciati al mercato del lavoro.

Con il diffondersi del contagio abbiamo perso il senso dell’orientamento, viviamo una sorta di sospensione del tempo e della normalità, una sensazione di fragilità e vulnerabilità, unita a una diffusa incertezza del domani e all’angoscia di non venirne più fuori. C’è tra gli imprenditori tanta rabbia mista a esasperazione, sconforto, ma anche delusione, senso di abbandono, perdita di fiducia e di speranza, quando senti che il tuo mondo, tutto quello che hai costruito con il sacrificio e il duro lavoro, la tua stessa vita è fuori dal tuo controllo. C’è lo spettro della chiusura e del fallimento se non arrivano aiuti più mirati e consistenti, per molti purtroppo questo spettro si è già concretizzato. La rabbia poi è associata al fatto che questo fallimento non è dovuto a una propria incapacità, ma a qualcosa di esterno che non è stato possibile controllare e pianificare. Ciò che non possiamo controllare ci spaventa, ci ingabbia, ci crea ansia. Questa perenne incertezza del futuro, non avere aiuti concreti, le scadenze incombenti, i debiti da pagare, ma anche il fatto che spesso non siamo soli, ma abbiamo la responsabilità di altre persone sulle nostre spalle (famiglia, dipendenti) non fa che aumentare se non addirittura esasperare questa ansia, trasformandola in angoscia.

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Con questi imprenditori, esercenti, professionisti, che hanno i volti di uomini e donne, di giovani e di un po’ meno giovani, ci lavoro ogni giorno, li affianco, ascolto le loro storie, condivido le loro preoccupazioni. Ed è impossibile, anche per chi come me ha una laurea in psicologia ed è stato formato ad avere, come i porcospini di Schopenhauer, quel “giusto distacco”, rimanere indifferenti al loro grido di dolore e di aiuto. Grido che è spesso muto ma assordante, di chi come gli imprenditori della mia terra, il Friuli, non è abituato a chiedere, ma a rimboccarsi le maniche, a contare unicamente su se stesso e sulle proprie forze. Purtroppo però adesso questi uomini e queste donne non ce la fanno più, la pandemia ha messo in ginocchio anche i più orgogliosi e resilienti. La posizione è ormai di chi può solo subire, la rinuncia investe tanto la speranza di cambiamento quanto l’idea stessa di possibilità di cambiamento.

Questa condizione di incertezza senza fine, dove manca la possibilità di prevedere e di progettare, crea ansia, paura, panico, disturbi del sonno e dell’umore e spesso depressione, solitudine, disperazione e incapacità di reagire. Può portare a comportamenti devianti come la dipendenza da sostanze o l’abuso di alcol e a volte, purtroppo, al suicidio. Gli psichiatri italiani già nel 2020 avevano lanciato l’allarme, un aumento dei suicidi e dei tentativi di suicidio, rispetto al 2019, che si ritiene siano collegati in maniera diretta o indiretta alla pandemia. Certo, non erano solo imprenditori coloro che hanno compiuto o hanno tentato di compiere un gesto estremo, ma questo ci deve far riflettere.

Non dobbiamo lasciarli soli, dobbiamo parlarne il più possibile, attraverso la denuncia continua dello stato in cui versano, ma li dobbiamo anche e soprattutto ascoltare, non solo a parole; noi psicologi insieme alle associazioni di categoria possiamo fornire un supporto operativo e psicologico attraverso indicazioni, tecniche e strumenti per gestire questi momenti di ansia e di stress; ma non dimentichiamo il ruolo fondamentale delle istituzioni, c’è la necessità di lavorare con e per gli imprenditori, con politiche del lavoro adeguate, con azioni e aiuti mirati, conformi alle esigenze e alle situazioni di ciascuno.

Se falliscono gli imprenditori, falliscono le imprese e con esse il Paese. Viene a fallire quel senso del noi, di comunità che ha sempre costituito la nostra forza e contraddistinto la nostra identità. Non permettiamo che tutto questo accada.

Riproduzione riservata ©

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