Il libro

I crolli, le autostrade e il sistema (italiano) delle responsabilità

di Alberto Orioli

3' di lettura

Quel maledetto 14 agosto del 2018 è crollato il ponte Morandi a Genova, 43 morti nel peggiore incubo, un viadotto che ti fa cadere nel vuoto. E uno Stato moderno, un’impresa moderna, un’architettura moderna non dovrebbero nemmeno lontanamente lasciare che ciò sia una possibilità reale, un accadimento plausibile ancorché raro. È per questo che Laura Galvagni, tanto fredda nel dare conto delle cifre quanto empatica nel descrivere la tragedia umana, nel suo Autostrade in frantumi. Il crollo del Ponte Morandi e non solo: tra finanza e politica, una storia tipicamente italiana non fa sconti a nessuno.

Il ponte è crollato, ma è rimasto in piedi quel ponte invisibile che da sempre unisce, nel cosiddetto modello italiano, il mondo del capitalismo con le sponde della politica e dell’amministrazione. Gli stralli sono saltati forse anche per un atto di hybris architettonica, ma soprattutto per un coacervo di correità reali tra controllori e controllati che rendono difficile l'identificazione netta del colpevole. Che saranno i magistrati di Genova a indicare.

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Per Galvagni, precisa e documentata, la famiglia Benetton ha vissuto l’investimento in Autostrade come fosse quello di un cassettista con un BTp di lunga durata, anche perché all’inizio è stato solo di 100 milioni. Senza troppo curarsi della gestione. Che era affidata allo storico manager di Ponzano Veneto, Gianni Mion, e soprattutto a Giovanni Castellucci, manager prima osannato come creatore di uno dei più importanti poli internazionali delle infrastrutture con l’alleanza con gli spagnoli di Abertis, poi finito nella polvere come capro espiatorio. Nella prima fase della vita di Autostrade tra il 2000 e il 2011 gli investimenti si facevano, non come promesso, ma in una parte superiore al 50%, poi tutto è cambiato e la spesa per investimenti è crollata. Quindi anche quella per la manutenzione e per i controlli.

In crescita costante invece sono stati i dividendi fino a 1,86 miliardi del 2017.

Se per i Benetton le parole di Galvagni sono dure, lo stesso vale per la politica. La politica del Governo giallo verde che imbraccia subito la bandiera della revoca della concessione ai Benetton e la dà in pasto ai social. Il premier Conte, i vice Salvini e Di Maio e il ministro Toninelli ripetono la parola chiave revoca in centinaia di apparizioni tv e social. La tragedia è immane e chiede chiarezza e una risposta sui colpevoli certa e rapida. Ma per rozzezza argomentativa, velleitarismo politico e imperizia istituzionale il pressing del governo Conte 1 finisce in un’impasse finanziario, perché la revoca costa 20 miliardi, e in Vietnam giudiziario che porta ai tempi lunghi per una soluzione non ancora arrivata.

Quella che fu una delle privatizzazioni esemplari nel 1997 perché veniva affidata ai privati l’azienda simbolo del miracolo economico (quella dell’Autostrada del Sole, studiata e invidiata anche dagli altri Paesi europei) ora torna al centro di una ripubblicizzazione. Ma il gruppo Benetton non intende svendere la sua quota al nuovo acquirente pubblico (Cdp). Cosa che nemmeno i fondi intendono fare. Da qui l’impasse. Non c’è un problema di capitalismo etico, ma un problema di business as usual. È una tragedia quella del Ponte Morandi, ma la storia rischia di tramutare quel dramma in una porta girevole del destino. Nel '97 quando vennero organizzate le privatizzazioni, alla Direzione generale del Tesoro, che curava direttamente i dossier, c’era Mario Draghi. Ora Draghi è a Palazzo Chigi, proprio mentre il Tesoro cerca di concludere il nuovo ingresso dello Stato nelle autostrade. Finora non si è espresso, lascia fare al mercato. Ma prima o poi il dossier tornerà nelle sue mani. Vent’anni di errori meritano un esame ai massimi livelli. Errori nella scrittura della convenzione, errori nelle procedure di controllo, nella definizione degli investimenti e delle tariffe e anche errori nella progettazione architettonica. Bisognerà fare giustizia per i 43 morti e ciò significa anche impedire che in futuro si ricrei quel grumo di connivenze ambigue diventato specchio dell’intero Paese. E poi, come sottolinea Galvagni, bisognerà anche ridare all’Italia un’azienda fondamentale per lo sviluppo delle infrastrutture, capace di generare posti di lavoro e investimenti. E magari di diventare specchio di un Paese che ha imparato come funziona il sistema delle responsabilità.

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