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I dati Ocse-Pisa 2018: come sta la scuola italiana, e che cosa fare

Il declino denunciato dalla stampa non è vero, e il quadro è molto più sfumato di quanto si racconti

di Mauro Piras

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(Marka)

Il declino denunciato dalla stampa non è vero, e il quadro è molto più sfumato di quanto si racconti


3' di lettura

Ma insomma come sta la scuola italiana? La pubblicazione dell'indagine Ocse-Pisa 2018 ha sollevato un grande polverone. Molti quotidiani hanno titolato allo scandalo: gli studenti italiani non sanno leggere! Il ministro Fioramonti ha dichiarato che la situazione è preoccupante, perché i risultati sono molto peggiori rispetto al 2000. Questo ha portato i commentatori a denunciare il “declino” della scuola italiana: secondo alcuni, a causa delle riforme degli ultimi vent'anni. Secondo altri, il declino dura da cinquant'anni, da quando la scuola è stata invasa dal “donmilanismo”, ha perso il suo rigore ed è diventata lassista, perché promuove tutti.

Niente di tutto questo è vero. I risultati Ocse-Pisa descrivono un quadro molto più sfumato.
1. L'indagine, nella prima parte, riporta i livelli di competenza dei quindicenni di 79 paesi (Ocse e partner) in lettura, matematica e scienze. I risultati italiani sono diversi nei tre ambiti: in lettura sono inferiori alla media Ocse (ma la percentuale di studenti che raggiungono il livello adeguato è uguale alla media Ocse), in matematica sono allineati, in scienze sono di nuovo inferiori.
2. Comparando i dati del 2018 con quelli degli anni precedenti, si vede che: in italiano la media delle variazioni tra il 2000 e oggi è uguale a zero, questo vuol dire che se nel 2000 i risultati erano migliori del 2018, erano però peggiori in altri anni, e facendo la media tutto sommato il livello non è cambiato; diversa la situazione in matematica, dove c'è un miglioramento dal 2000 al 2009, e poi una stabilizzazione; infine, in scienze c'è comunque un peggioramento. In sintesi: negli ultimi vent'anni situazione stabile in lettura, miglioramento in matematica, peggioramento in scienze.
3. I dati mostrano che i problemi più gravi continuano a essere i divari tra Nord e Sud e tra tipi di scuole: i risultati del Nord-Ovest e del Nord-Est in generale sono al di sopra della media Ocse, mentre quelli del Sud e delle Isole sono drammaticamente al di sotto, in tutti e tre gli ambiti; allo stesso modo, i risultati dei Licei sono superiori a quelli della media Ocse, mentre quelli degli istituti (tecnici e professionali) e della Formazione Professionale sono inferiori.

Alcune riflessioni e proposte di interventi possibili.
La scuola italiana, a partire dalle medie ma ancora di più alle superiori, non dà abbastanza spazio al lavoro di lettura, comprensione e scrittura di testi in aula, nel tempo passato a scuola; molto di questo lavoro, dopo la scuola primaria, viene lasciato ai “compiti a casa”, accentuando così i divari tra contesti socio-culturali diversi. La ragione di questo progressivo abbandono della concentrazione sulla lettura è il peso troppo importante che viene dato, fin dalla prima media, alla trasmissione del patrimonio letterario: la conoscenza di nozioni in questo ambito prevale sul lavoro di lettura e scrittura.

Le scienze hanno uno spazio ristretto nella formazione degli studenti italiani. Sulla carta, sono uno dei quattro “assi” della formazione nell'obbligo (6-16 anni), insieme a italiano, matematica e storia; in realtà, le ore di scienze sono sempre poche, e spesso maltrattate nel metodo didattico, ancora largamente nozionistico e mnemonico. Questo perché il quadro delle materie che si studiano fin dagli undici anni è troppo frammentario.

Arriviamo qui al punto nevralgico: l'eccessiva frammentazione disciplinare della scuola media, e l'eccessiva differenziazione dei percorsi negli indirizzi delle superiori, già dai 14 anni. Se guardiamo agli altri paesi, vediamo che diversi tra quelli che raggiungono buoni risultati hanno il ciclo unico fino a 16 anni; per esempio, la Polonia sta migliorando e negli ultimi anni ha adottato il ciclo unico. Forse è il caso di iniziare a riflettere sulla riforma dei cicli.

Infine, i divari territoriali e tra indirizzi. Ancora nessun governo è riuscito a istituire un sistema di incentivi che favorisca la permanenza dei migliori docenti nelle aree disagiate e nelle scuole più difficili. In queste scuole, i docenti cambiano spesso perché appena possono fanno domanda di trasferimento per andare in una “situazione più tranquilla”. È ora di iniziare a pensare a incentivi economici mirati per sostenere le situazioni più critiche, e a una carriera dei docenti, in cui lavorare in contesti difficili ottenendo buoni risultati dia dei vantaggi.

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